Finanza & Mercati

Visco: troppi attori e troppe regole per le crisi bancarie

Finanza personale

Visco: troppi attori e troppe regole per le crisi bancarie

  • –Morya Longo

NAPOLI

«È difficile assorbire le crisi bancarie con così tanti attori in campo e così tante regole. Il rischio è che le crisi diventino troppo lunghe, e se si impiega troppo tempo per risolverle è probabile che diventino strutturali». Il Governatore della Banca d’Italia, IgnazioVisco, si riferisce alle molteplici autorità europee che hanno voce in capitolo nella risoluzione delle crisi bancarie di oggi. Il pensiero va, ma Visco non le nomina mai, alle trattative per salvare Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. Ma, in realtà, il Governatore parla con una chiave storica: queste parole arrivano infatti durante un convegno organizzato a Napoli dalla Fondazione Banco di Napoli, con la partecipazione dell’Università Federico II e della Banca d'Italia, che ha analizzato la crisi e il salvataggio dei Banchi di Napoli nel 1600. Un evento che ha attirato studiosi da tutto il mondo, e che è stato in gran parte reso possibile dalla riorganizzazione degli archivi del Banco di Napoli per opera di Edoardo Nappi. Un evento che, soprattutto, si è rivelato istruttivo per capire i giorni nostri: «Perché non è vero che la storia si ripete – osserva Visco –, ma di certo insegna molto».

La crisi dei Banchi di Napoli di quattro secoli fa insegna infatti tanto per come è maturata. E soprattutto per come è stata risolta: con interventi che oggi definiremmo di bail-in e bail-out. «La loro crisi fu in parte causata dalla creatività finanziaria e in parte dalla riforma monetaria del 1622», spiega la professoressa Lilia Costabile dell'Università Federico II. Esattamente come le più recenti crisi bancarie. I Banchi di Napoli inventarono infatti la «fede di credito» e introdussero lo «scoperto di conto corrente»: per la prima volta nella storia favorirono la circolazione di qualcosa di simile alla carta-moneta e avviarono un'attività molto simile a quella odierna di erogazione del credito. «Queste invenzioni esposero molto i Banchi, che avevano coefficienti di riserva metallica molto bassi». Poi, quando nel 1622 la riforma monetaria creò nuove monete d'argento più piccole, deprezzando tutte quelle esistenti, i Banchi finirono in una crisi conclamata. Serviva un intervento di salvataggio.

E qui, ironia della storia, accadde qualcosa di molto simile a quanto succede oggi. Per prima cosa il costo del salvataggio fu addossato sui correntisti, dato che a quei tempi non esistevano le obbligazioni subordinate. In un primo momento (marzo 1622) fu dato l’ordine di pagare solo due terzi dei depositi, solo per 5 ducati al giorno. Infine il nuovo Vicerè, Duca d'Alba, stabilì con l'editto «De Bancis» che molti depositi sarebbero stati rimborsati al 40%. Bail-in pieno, insomma. Infine venne introdotta una tassa sul vino, un ducato per botte, e con i soldi pubblici furono ricapitalizzati i Banchi in crisi. Dunque anche un po' di modernissimo bail-out. Ma solo quando, nel 1628, ottennero dal Vicerè il permesso di erogare credito per un tasso d'interesse, i Banchi uscirono dalla crisi. E, anni dopo, formarono il Banco di Napoli.

Questa storia, antichissima e modernissima insieme, offre a Visco lo spunto per parlare di oggi. Dell'importanza della governance, ad esempio. «La crisi ha insegnato che serve una rigorosa regolamentazione delle banche commerciali, per evitare che siano mal governate». Dell'importanza della fiducia sui mercati: «Come i Banchi di Napoli emettevano fedi di credito, che nel loro stesso nome ricordano la fiducia, così oggi le banche centrali devono lavorare per salvaguardare la stabilità finanziaria e dunque la fiducia». Se la storia, come dice Visco, non si ripete ma insegna, la domanda è: il mondo di oggi ha imparato la lezione?

© RIPRODUZIONE RISERVATA