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Come dare una mano alla «mano invisibile»

L'Editoriale|credito e regole ue

Come dare una mano alla «mano invisibile»

Dopo avere per mesi puntato su un risanamento per vie interne delle banche venete, le autorità italiane hanno assistito ieri al passo decisivo che prelude all’acquisto da parte di Banca Intesa, previa una drastica azione di ripulitura di ben 5 miliardi. Esattamente come Santander si era fatto carico di Banco Popular qualche giorno fa in Spagna. Uguale è anche il prezzo pagato: un euro, quanto un caffè in un bar senza troppe pretese.

È il segno tangibile che la crisi del sistema bancario europeo è lungi dall’essere superata definitivamente e che il nuovo assetto della vigilanza e delle regole di risoluzione delle banche in difficoltà ha messo sul piatto molte nuove soluzioni, ma ha lasciato anche molti problemi aperti. I comunicati ufficiali di Francoforte e Madrid grondano soddisfazione perché il caso Banco Popular è stato risolto nell’arco di un week-end, ma tacciono sul ritardo con cui la gravità della questione è stata percepita dal mercato. E ancora: poiché alla base di tutte queste crisi (e di quelle portoghesi, per non parlare delle greche e di altri Paesi minori) c’è il fardello sempre più ingombrante dei crediti in sofferenza, non si capisce perché non si dia seguito alle pressanti richieste dell’Eba e della Bce che auspicano soluzioni di sistema (forme di securitisation o la creazione di società di gestione dei crediti dubbi) possibilmente seguendo uno schema comune europeo. Non più tardi di una settimana fa, Vitor Constâncio, vicepresidente della Bce, lo ha ribadito a Roma in un discorso in cui ha affermato che queste soluzioni sono compatibili con forme di aiuto pubblico e che sono necessarie perché le imperfezioni del mercato sono tali da creare una differenza del 40% fra il prezzo cui le banche sono disposte a vendere e quello offerto dai pochi operatori specializzati.

Ma se è vero, come ha detto il Governatore Visco e come ha ribadito lo stesso Constâncio, che i valori cui i crediti dubbi sono oggi esposti in bilancio sono sostanzialmente allineati ai recuperi storici e che rispecchiano i principi contabili correnti, non si vede perché manager e amministratori prudenti debbano accettare sacrifici economici così rilevanti.

L’effetto netto è che la redditività delle banche langue e i mercati esprimono valutazioni pessimistiche sul loro valore. L’indicatore più evidente è il price-to-book value, cioè il rapporto fra la capitalizzazione di Borsa e quella contabile che dovrebbe essere almeno superiore all'unità (e infatti negli Stati Uniti è 1,26) mentre è 0,94 in Spagna e 0,75 in Francia e Italia. E la Germania, tanto per non farci mancare niente, è il fanalino di coda fra i grandi Paesi europei con 0,42.

Il fatto è che mentre gli Stati Uniti hanno risolto la loro crisi bancaria in pochi mesi con il piano Tarp, noi misuriamo i nostri tempi di risposta in anni e forse lustri. Detto in altri termini, le autorità europee (non solo quelle di vigilanza ma anche la politica di Bruxelles) si è illusa che la strada maestra fosse quella di aumentare la robustezza patrimoniale delle banche. Hanno così promosso un processo di ricapitalizzazione a tappe forzate che ha portato il capitale di miglior qualità dal 7% al 14% delle attività ponderate per il rischio. Un risultato di tutto rispetto ma che evidentemente non poteva risolvere gli altri problemi aperti, che invece richiedono risposte strutturali che ancora ritardano. In altre parole, la ricapitalizzazione era una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Per quanto riguarda più direttamente il nostro sistema bancario, l’intervento di Banca Intesa conferma che la crisi sta facendo uscire di scena l’una dopo l’altra una serie preoccupante di banche locali operanti in zone nevralgiche del tessuto produttivo italiano. Ma la crisi è arrivata non perché la dimensione locale fosse di per sé inadeguata; è stata determinata da scelte scellerate dei vertici fatte «in spregio delle regole» (come recita la motivazione della condanna di Denis Verdini) per alimentare una politica degli impieghi non meno clientelare di quella che negli anni Novanta aveva messo in ginocchio e cancellato dalla mappa del sistema italiano quasi tutte le banche pubbliche meridionali.

Quella crisi accelerò il processo di privatizzazione e diede origine ad una ristrutturazione che nel giro di un paio di decenni ha mutato completamente il panorama del sistema bancario italiano e ha dato origine a nuovi soggetti privati di dimensioni medie incomparabilmente più grandi di quelle della generazione precedente.

I dati di oggi dimostrano che quel processo non ha però portato i risultati economici sperati, in particolare per quanto riguarda la riduzione dei costi operativi: le banche italiane (così come la generalità delle europee) hanno un livello di oneri complessivi doppi rispetto, ad esempio, ai Paesi scandinavi. L’esempio non è casuale, perché l’efficienza delle banche nordiche non viene né dal cielo né da una sorta di effetto-Ikea: è la conseguenza di una politica rigorosa attuata in occasione della crisi bancaria degli anni Novanta che legò strettamente l’intervento pubblico per la gestione dei crediti subbi con severi processi di razionalizzazione delle singole banche. L’Europa non sta seguendo quell’esempio (lo ha detto un autorevole esponente della Bri) e si illude che il mercato possa da solo portare a soluzioni razionali ed efficienti. Il caso dei crediti in sofferenza è invece lampante: ci sono fallimenti di mercato che possono essere corretti solo da politiche pubbliche adeguate. Non si tratta di tornare al dirigismo, solo di dare una mano alla mano invisibile.

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