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Banche venete, verso bad bank da 20 miliardi

RIASSETTI

Banche venete, verso bad bank da 20 miliardi

Dopo che Intesa Sanpaolo ha scandito le condizioni per rilevare le due ex popolari venete, la palla è passata e per ora rimane nel campo del Tesoro. Che formalmente non le ha ancora accettate: ieri, concordano le fonti di entrambe le parti (e di Bankitalia, molto attiva nella partita), è stata una giornata di lavoro dedicata ad avvicinare domanda e offerta. Le richieste formulate da Ca’ de Sass nella proposta consegnata a Rothschild sono anche scritte in una delibera approvata dal cda, ma evidentemente un minimo di spazio di manovra c’è e si intende sfruttarlo prima di approvare un decreto che in bozza sarebbe già pronto.

La lente di Bruxelles
Il cantiere dunque non è chiuso ma procede, anche perché di mezzo ci sono più attori (e richieste) da far accordare. Bruxelles da una parte, che chiede la minimizzazione dell’intervento pubblico. La Dg Competition, in particolare, intende verificare tutti i passaggi dell’operazione cosicchè il cosidetto “aiuto alla liquidazione” dello Stato sia compatibile con i trattati europei. Dall’altro lato c’è la Bce, che invece ha a cuore la stabilità del sistema, e pretende adeguate coperture. Tema sensibile per Francoforte è quello dell’adeguatezza patrimoniale: le attività in via di cessione non dovranno impattare negativamente sul patrimonio dell’acquirente. Così del resto si spiega la stessa attenzione di Intesa sul tema. In mezzo ci sono il Mef e Banca d’Italia, che devono cercare di trovare la quadra tra le richieste della banca e il fronte europeo. Non è detto che nonostante le divergenze che permangono a livello europeo, non si possa raggiungere un via libera all’operazione in breve tempo, forse già questo week end. Un po’ sullo stile di quanto accaduto a novembre 2015 nel caso delle quattro good banks d (Banca Marche, Carife, Carichieti, Etruria), quando nel giro di 48 ore venne formalizzata la spartizione tra parte “sana” e “malata” destinata alla Rev.

L’arduo compito dei commissari
In questo scenario, il mercato si interroga su quello che comunque rimane uno scenario inesplorato. Anzitutto sul fronte della liquidazione delle due ex popolari venete: a gestirla saranno i commissari nominati da Banca d’Italia, a cui spetterà anzitutto la spartizione degli asset fin qui amministrati tra quelli buoni, destinati a essere ceduti a Intesa Sanpaolo, e quelli cattivi, che invece rimarranno nelle banche in liquidazione ormai derubricate a bad bank. Operazione complessa che richiede approfondita conoscenza del perimetro in questione, ed è per questo che probabilmente tra i commissari figureranno Fabrizio Viola e Cristiano Carrus, gli attuali amministratori delegati dei due istituti.

Nella spartizione dei beni, ancora una volta un ruolo determinante ce l’avranno i crediti deteriorati. Perché dalla destinazione e dal trattamento di questi attivi dipenderà la fisionomia della bad bank nonché l’ammontare dell’intervento a carico dello Stato, un tema estremamente delicato dal punto di vista politico ma anche della finanza pubblica (investimento o intervento a fondo perduto?) su cui ieri si sono interrogati gli analisti, formulando stime che spaziano da un minimo di 3,5 a un massimo 6-6,5 miliardi.

Una grande bad company
Tutto dipenderà, si diceva, su quanto e a che valore rimarrà nelle due banche in liquidazione, che all’attivo avranno gli Npl ma al passivo dovranno essere ricapitalizzate dallo Stato (a meno che non intervenga sul fronte della good bank per colmare eventuali gap da allineare attività e passività). Stando alle condizioni di Intesa, sicuramente rimarranno a Vicenza e Montebelluna i 9,6 miliardi di sofferenze lorde (dati al 31 dicembre), ma anche gli 8,3 miliardi di inadempienze probabili e i 238 milioni di scaduti; cifre che complessivamente portano in pancia alla nascente bad bank 18,8 miliardi di crediti deteriorati lordi, facendone uno dei veicoli più capienti tra quelli al momento presenti in Italia. E poi ci saranno da aggiungere i crediti in bonis “ad alto rischio” che Intesa non vuole accollarsi: almeno altri 2,5 miliardi, stimano gli analisti, dei 31 miliardi di impieghi non deteriorati che le due banche vantavano a fine 2016 (ma il dato è sceso). In totale, una maxi bad company da oltre 20 miliardi di crediti lordi.

Secondo uno schema consultato da Il Sole 24 Ore, questo veicolo avrebbe un patrimonio di circa 7 miliardi, in parte portato in dote dalle due banche attuali, in parte coperto dai circa 800 milioni di bond subordinati in circolazione più da altre voci e, in ipotesi, dallo Stato: oltre agli Npl e al contenzioso, resteranno nella bad bank le partecipazioni da alienare (Arca, Bim, Cattolica), mentre le controllate Banca Apulia e Banca Nuova dovrebbero rimanere a Intesa. Che in totale dovrebbe veder entrare nel proprio perimetro circa 30 miliardi di rwa (risk weighted assets o attività ponderate in base al rischio), patrimonializzati per oltre 4 per non impattare sul 12,8% di Cet1 dell’acquirente.

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