Finanza & Mercati

Microfinanza, l’appello all’Europa con la Venice declaration

MICROCREDITO E DINTORNI

Microfinanza, l’appello all’Europa con la Venice declaration

I numeri sono ancora piccoli, ma crescono (pure in Italia). Ma soprattutto non sono più un’ossessione: per la microfinanza, microcredito in testa, è giunto il momento di accreditarsi dal punto di vista qualitativo prima ancora che quantitativo. Rivendicando una diversità di cui l’Europa del credito, un cantiere a cielo aperto, ha disperatamente bisogno se non vuole lasciarsi indietro un pezzo importante della società. C’è questo dietro alla Dichiarazione di Venezia firmata oggi al termine della Conferenza annuale di Emn, la Rete europea della microfinanza. Location suggestiva e per certi aspetti simbolica per il simposio che ha radunato oltre 300 delegati - mai così tanti - da tutta Europa: un'isola, San Servolo, in passato ospedale psichiatrico. L’esatto opposto di quello di cui ha bisogno la microfinanza: uscire dall’isolamento e raggiungere una dimensione di normalità che consenta di farsi largo nel cuore e nel budget delle istituzioni e della società.


Se uno dei pericoli che corre oggi l'Europa è quello delle crescenti diseguaglianze, il credito e il microcredito in particolare «possono diventare un strumento di democrazia», ha ricordato stamattina la presidente della Camera, Laura Boldrini: «Con il suo impatto sociale, la microfinanza è inclusiva per definizione». Ecco il punto, peraltro al centro della Venice declaration: rivendicare il ruolo sociale del microcredito, che in quanto agente inclusivo «merita uno spazio e un’attenzione particolari nel processo di riforma della disciplina bancaria europea», ha sottolineato Silvia Costa, che da europarlamentare intende rilanciare la sfida con i colleghi di Strasburgo, dove dal 2009 è attivo con un comitato intergruppo dedicato proprio al tema della finanza sociale. Un’iniziativa che si è mossa in parallelo ai programmi della Commissione e a quelli della Banca europea degli investimenti, che finora ha contribuito all’erogazione di un miliardo di micro-prestiti: il 90% è degli ultimi 10 anni anni.


Pezzi sparsi che è ora di mettere insieme, chiedono gli attori della microfinanza europea, un ecosistema variegato che al suo interno - con la Venice declaration - offre un’inedita prova di sintesi. Con un punto di partenza importante: l’educazione finanziaria, che vista dal punto di osservazione della microfinanza assume una connotazione particolare, più vicina all'economia reale e ai suoi bisogni che alla finanza pura e ai suoi eccessi.

I numeri, si diceva, non sono più un’ossessione. Ma non fa male sapere che quelli raccolti dall'Emn, i più completi e freschi sulla piazza, parlano di un quadro in crescita: 2,5 miliardi di crediti in essere in Europa a fine 2015 (il 15% in più del 2014) su 747mila clienti (+13%); l’erogato 2015 è di 1,5 miliardi (+16%), per oltre mezzo milione di pratiche concesse, di cui 220mila legate ad attività imprenditoriali e 332mila a prestiti personali. E qui vale la pena di andare più a fondo: nel primo caso la taglia media è di 7.947 euro, la durata residua di 41 mesi a il tasso di interesse del 10,7%; per i prestiti personali invece la dimensione scende a 1.700 euro e la durata a 30 mesi, mentre il tasso sale al 19%. Numeri che bastano a comprendere la diversità strutturale che separa il microcredito dal credito tradizionale, ai quali va aggiunto l’impatto sociale: il 23% dei soggetti finanziati nel 2015 era disoccupato prima di ricevere il credito.

E l’Italia? Dalla sua, tra i pochi in Europa, ha una legge ad hoc sul microcredito, fresca del 2016, come hanno ricordato il vice ministro Pier Paolo Baretta e il sottosegretario Luigi Bobba, principali promotori. Sulle cifre, c’è più incertezza: le stime oscillano tra i 100 e i 300 milioni di finanziato, somme ancora modeste a fronte di potenzialità enormi, che corrispondono a quel «25% di popolazione che oggi in Italia non è considerato bancabile», fa notare Giampietro Pizzo, presidente di Ritmi, la Rete italiana della microfinanza. «Il problema è che si tratta di una fascia di persone che oggi non è neanche mappata, di cui non disponiamo delle informazioni minime non solo per finanziarle ma anche per sostenerle e integrarle», osserva ancora: un motivo in più per sperimentare un approccio diverso e allargato, magari a livello terrioriale, e per superare la dimensione meramente (micro)finanziaria.

© Riproduzione riservata