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Da Pirelli a Esselunga, Piazza Affari si prepara ai «debutti» sul listino

In un anno scoppiettante per le Ipo a livello mondiale, Piazza Affari allunga il passo rispetto all’anno precedente ma ancora resta lontana dai ritmi che si registrano a livello mondiale. Se è vero, infatti, che quest’anno in sei mesi hanno già debuttato a Milano 17 società contro le 20 Ipo dell’intero 2016, è anche vero che le dimensioni delle debuttanti sono ancora ridotte rispetto a quello che il Paese potrebbe offrire in termini di dimensioni aziendali. Sono diversi i grandi gruppi italiani, che ancora non hanno preso in considerazione la Borsa, dalla moda all’alimentare. Come Calzedonia, ad esempio, che ormai con 2,128 miliardi di fatturato nel 2017 (+5,4%) è il terzo gruppo di tessile-moda in Italia dopo Prada e Giorgio Armani. Oppure Barilla con ricavi per 3,413 miliardi(+2%) e Ferrero con un fatturato consolidato di 10,3 miliardi (+8,2%) nel 2016. Nomi che al momento restano lontani dalle ipotesi di quotazione. Anche se non è mai detto, come è successo per Esselunga, che ha avviato il riassetto del gruppo con l’obiettivo dello sbarco in Borsa entro il 2020. In settimana il primo step si è concluso con l’acquisizione da parte di Esselunga del 45% di Villata Partecipazioni ereditate da Giuseppe e Violetta Caprotti, figli del primo matrimonio di Bernardo Caprotti. Entro l’anno il gruppo rileverà un’altra quota di circa il 22,5% di Villata, da Giuliana Albera e Marina Sylvia, vedova e terza figlia dell’imprenditore, che ne detengono il 55%. Passaggi propedeutici al possibile sbarco in Borsa di Esselunga, controllata al 100% da Supermarkets Italiani di cui Giuliana Albera e Marina Sylvia Caprotti hanno il 70% mentre Giuseppe e Violetta hanno il 15% ciascuno. L’Ipo non è dietro l’angolo ma gli analisti hanno già stimato il valore del gruppo, che conta 7,5 miliardi di ricavi nel 2016 (+3,1%) e potrebbe avere una capitalizzazione di 6-7 miliardi.

Se per Esselunga l’Ipo è un progetto a medio termine, per Pirelli, invece, si tratta di un dossier più attuale. Il gruppo della Bicocca potrebbe, infatti, tornare a Piazza Affari già ad ottobre. In questa direzione andrebbero sia la ristrutturazione societaria, che ha visto una serie di fusioni per la semplificazione della catena di controllo, sia il riequilibrio finanziario attraverso i colloqui con le banche per il rifinanziamento di linee bancarie per circa 4,2 miliardi di euro.

Sarà probabilmente rinviata al prossimo anno la quotazione di Ferrovie. Proprio l’amministratore delegato Renato Mazzoncini aveva sottolineato: «Non ci stiamo ponendo il tema ora perché non abbiamo ancora la società da quotare, la newco richiede dei tempi che si collocheranno sicuramente a inizio 2018, quindi è molto probabile che sia un futuro governo a prendere la decisione definitiva». Il gruppo ha chiuso l’ultimo esercizio con ricavi operativi per 8,93 miliardi (+4%) e un utile netto di 772 milioni (+66,4%), che ha permesso una cedola di 300 milioni per il Tesoro.

Grande attesa, poi, per le griffe italiane a partire da Valentino e Furla, che secondo indiscrezioni dovrebbero avviare i lavori per l’Ipo a settembre. Il gruppo, controllato dal fondo Mayhoola della famiglia Al Thani del Qatar, ha chiuso il 2016 con 1,1 miliardi di euro di ricavi e 133 milioni di utile operativo. Furla, invece, ha superato i 400 milioni di fatturato e un margine operativo lordo di circa 60 milioni. Quest’ultima potrebbe andare in Borsa come compimento del percorso fatto finora con l’ingresso nel capitale di Tip con il 20%. Stessa logica anche per Versace, che conta fra i propri azionisti il fondo Blackstone, socio al 20% della maison. Ma in quest’ultimo caso le valutazioni sarebbero ancora preliminari.

I grandi assenti, non solo in Borsa, in Italia sono i gruppi tecnologici che sono, invece, quelli che stanno facendo il mercato a livello globale. I primi sei mesi del 2017 hanno visto 134 Ipo del settore tech per 15,1 miliardi di dollari raccolti, registrando il livello più alto degli ultimi 16 anni, secondo Dealogic. A fare la parte da leone per altro, non sono gli Usa ma l’Asia con il 72,4% dei deal contro l’11,2% americano e il 16,4% dell’area Emea. Ma se quest’anno le quotazioni stanno vivendo un momento propizio, il 2018 si preannuncia con il botto anche solo per l’Ipo più grande di sempre di Saudi Aramco, il gruppo petrolifero statale dell’Arabia Saudita valutato mille miliardi di dollari. In Borsa (ancora non si sa quale) andrà il 5%: vale a dire una quotazione da 50 miliardi. Tutt’altro campionato rispetto a quello italiano.

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