Finanza & Mercati

Derivati dello Stato, a processo «contabile» Morgan Stanley e…

corte dei conti

Derivati dello Stato, a processo «contabile» Morgan Stanley e Tesoro

  • – di Gianni Trovati
(Reuters)
(Reuters)

Arriva la chiamata in giudizio per Morgan Stanley, oltre che per quattro alti dirigenti attuali e passati del Tesoro, nell’inchiesta che la Corte dei conti ha avviato l’anno scorso sui derivati dello Stato. Alla banca d’affari, spiegano le fonti interpellate ieri dall’agenzia Reuters, i magistrati contabili contestano un danno da 2,7 miliardi; altri 1,18 miliardi sarebbero a carico del direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via, di Maria Cannata, dal 2000 a capo della direzione generale sul debito pubblico, e agli ex ministri dell’Economia Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, entrambi direttori generali al Tesoro prima di entrare nell’organigramma dei governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti. Il totale del danno, quindi, sarebbe di 3,88 miliardi.

L’inchiesta della Procura regionale del Lazio, affidata al pm Massimiliano Minerva, è quella avviata lo scorso anno su una serie di contratti in derivati accompagnati da clausole che tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012, quindi al picco della crisi di finanza pubblica, hanno portato a una conclusione anticipata dal conto salato per il bilancio dello Stato. A motivare le possibilità di intervento dei magistrati contabili su un soggetto privato (e straniero) come Morgan Stanley, secondo l’impianto dell’accusa, c’è il fatto che queste clausole sarebbero state interamente in mano alla banca d’affari, che avrebbe quindi ottenuto un potere decisionale autonomo entrando di fatto nella “stanza dei bottoni” del ministero dell’Economia. L’inchiesta, dopo l’invito a dedurre di alcuni mesi fa, è ora arrivata alla fase della citazione, che rappresenta l’equivalente contabile di quello che nel processo penale è il rinvio a giudizio. Le udienze sono in calendario per la primavera dell’anno prossimo, e il verdetto di primo grado potrebbe arrivare entro l’estate. Nessuno dei diretti interessati ha voluto commentare il nuovo passaggio, e fonti del Tesoro ribadiscono la «piena fiducia nel lavoro svolto dai dirigenti» insieme alla «fiducia che il lavoro della magistratura possa fare chiarezza sugli episodi oggetto di accertamenti».

Al di là del versante giudiziario, la questione dei derivati anima anche il dibattito politico, con le reiterate richieste di maggiore trasparenza avanzate dalle opposizioni. Lunedì scorso alla Camera è stata avviata la discussione su una mozione del Movimento 5 Stelle (prima firmataria Carla Ruocco) che chiede la disclosure su ogni contratto. Richieste finora respinte dal governo che ancora a metà giugno ha rivendicato, con la risposta del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan all’interrogazione presentata dal capogruppo di Fi Renato Brunetta, di garantire la trasparenza prevista dai migliori standard internazionali.

Ad animare il dibattito c’è naturalmente la questione dei costi sostenuti dalle finanze pubbliche per i derivati. Negli anni che vanno dal 2013 al 2016, come mostra l’inchiesta di Morya Longo pubblicata sul Sole 24 Ore del 18 giugno, tra flussi negativi e riclassificazioni i derivati hanno prodotto un aumento di 24 miliardi del debito pubblico, di fatto compensando gli effetti positivi del Qe sulla spesa per interessi. Tra 2017 e 2020, secondo i calcoli scritti nell’ultimo Def, la spesa ulteriore sarà di 15,2 miliardi, con un picco nel 2018 (5,1 miliardi) causato anche dalla probabile chiusura anticipata di nuovi contratti.

© Riproduzione riservata