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Il Qatar imbraccia l’arma del gas: produrremo il 30% in …

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Il Qatar imbraccia l’arma del gas: produrremo il 30% in più

(Ap)
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Sotto pressione per il boicottaggio dei sauditi e insidiato dalle ambizioni di dominio energetico (oltre che dalla politica estera) degli Stati Uniti, il Qatar risponde con l’arma del gas: la sua produzione aumenterà del 30% nel giro di 5-7 anni, consentendogli di difendere il primato mondiale nelle forniture di Gas naturale liquefatto (Gnl).

È stato il ceo di Qatar Petroleum, Saad Al Kaabi, a comunicarlo, precisando che l’incremento avverrà grazie allo sviluppo di North Field, il maggior giacimento di gas del mondo, che Doha condivide con Teheran.

La parte in acque iraniane è nota come South Pars e molto probabilmente non è un caso che l’annuncio qatarino sia arrivato proprio il giorno successivo alla firma degli accordi di Total con la Repubblica islamica per la Fase 11 di South Pars. La compagnia francese, che si è aggiudicata il contratto da 4,8 miliardi di dollari insieme alla cinese Cnpc, è la prima società occidentale a tornare in Iran dopo l’intesa sul nucleare: una mossa che è stata interpretata come una sfida a Washington, che di recente (a differenza dell’Europa) ha di nuovo inasprito le sanzioni contro il Paese.

Total starebbe anche discutendo un ulteriore investimento fino a 2 miliardi di dollari in Iran per la costruzione di tre impianti petrolchimici, ha scritto ieri l’agenzia locale Shana, citando un dirigente della National Petrolchemical Company (Npc).

Con Donald Trump alla Casa Bianca gli Usa si sono anche riavvicinati all’Arabia Saudita, sempre in chiave anti-iraniana. Mentre il Qatar, già filo-iraniano, sta ora stringendo ulteriormente i suoi legami con Teheran, dopo le accuse saudite di esserne “complice” nel sostenere il terrorismo islamico.

Doha nei giorni scorsi ha opposto un netto rifiuto alle condizioni poste da Riad e dai suoi alleatati (Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein) per mettere fine all’embargo, tra cui c’era anche la rottura delle relazioni con l’Iran. L’ultimatum scade oggi. E il gas – come spesso accade, non solo in Medio Oriente – è entrato in gioco come strumento di politica estera.

Il Qatar aveva deciso all’inizio di aprile (dunque prima della crisi coi sauditi) di sospendere la moratoria che per dodici anni aveva fermato lo sviluppo del North Field. Ma aveva detto di voler espandere la produzione giornaliera di 2 miliardi di piedi cubi (56,6 milioni di metri cubi).

Appena tre mesi dopo l’obiettivo è raddoppiato: ora i piani prevedono di aggiungere 4 miliardi di piedi cubi al giorno. In questo modo la produzione di Gnl del Qatar salirà da 77 a 100 milioni di tonnellate l’anno

Benché il mercato sia in surplus di offerta Al Kaabi non teme l’effetto dumping: «Le forniture di Gnl oggi sono abbondanti e ci sono molti progetti in corso di sviluppo, ma la crescita della domanda è davvero forte e tutti gli studi mostrano che tra il 2021 e il 2024 ci sarà una carenza di gas. Ecco perché il nostro progetto partirà tra il 2022 e il 2024».

Il Qatar – che ha costi di produzione molto bassi e una posizione geografica privilegiata, a metà strada tra Europa e Asia – minaccia di mettere i bastoni tra le ruote ai concorrenti: l’Australia, che aspira a sottrarle il primato del Gnl, ma soprattutto gli Stati Uniti, che forti del successo dello shale gas puntano ora a conquistare nuovi mercati.

Prima del G20 in Germania Trump domani farà tappa a Varsavia, ospite del Summit dei Tre Mari (Adriatico, Baltico e Mar Nero), che riunisce Polonia, Austria, Ungheria, Lettonia e Lituania. Scopo esplicito dell’incontro – in linea con la nuova ambizione di «dominio globale» nel settore dell’energia – è promuovere il Gnl americano come strumento di emancipazione dalla Russia.

Mosca stessa non sta con le mani in mano. Ieri il ceo di Gazprom, Alexei Miller, ha dichiarato che le forniture di gas alla Cina attraverso la pipeline Power of Siberia inizieranno il 20 dicembre 2019.

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