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Ecco perché il vento sui bond globali sta cambiando (e in…

tassi sui titoli di stato

Ecco perché il vento sui bond globali sta cambiando (e in peggio)

(Reuters)
(Reuters)

A inizio anno il coro degli analisti - pressoché unanime - ipotizzava il verificarsi di tre eventi finanziari per il 2017: dollaro in rialzo, tassi dei titoli di Stato Usa su e prezzo del petrolio pure. Come è andata? Beh, il primo semestre e passa di contrattazioni ha decretato un verdetto opposto. Il dollaro ha perso il 7% sulle principali valute mondiali (come sintetizza l’andamento del dollar index). La perdita è stata accusata soprattutto nel secondo trimestre dell’anno che, non a caso, è stato per il biglietto verde il peggior periodo degli ultimi sette anni.

L'ANDAMENTO DEL DOLLARO
L'indice del dollar index (dollaro rispetto alle altre prime sei valute del mondo)

Il dollaro ha perso terreno anche nei confronti dell’euro che nel frattempo si è rivalutato dell’8%, passando da 1,05 a 1,14.

IL CAMBIO EURO/DOLLARO
Quanti dollari per un euro

La debacle del dollaro non solo contrasta con le previsioni di inizio anno ma anche con la logica che sottintende la reazione dei mercati alla politica monetaria. Da inizio anno la Federal Reserve ha infatti operato due strette portando il tasso di riferimento dallo 0,75% all’1,25%. Non solo: ne ha promessa un’altra entro fine anno e altre tre per il 2018. Normalmente in un contesto di rialzo dei tassi la valuta dovrebbe tendere a rafforzarsi. Invece, come visto, per il dollaro si è chiuso il peggior secondo quarto dal 2010.

L’altra previsione “ciccata” dagli esperti riguarda l’andamento dei tassi dei titoli di Stato Usa. Si ipotizzava un Treasury a 10 anni al 3% e anche qualcosina in più. Invece dopo aver testato tre volte la soglia del 2,6% i T-Bond sono scesi al 2,3%, e in ogni caso sono sotto rispetto al punto di partenza di gennaio: 2,45%.

I TASSI DEI TITOLI DI STATO USA
T-Bond a 10 anni

E siamo al petrolio anche questo visto in rialzo. La qualità Brent ha iniziato l’anno a 56 e ora viaggia a 48, il 14% in meno. Il ribasso nel corso dell’anno è stato financo superiore con una punta negativa del 23% a maggio quando il petrolio è sceso sotto i 45 dollari al barile.

L'ANDAMENTO DEL PETROLIO
La qualità Brent

Dollaro, T-Bond e petrolio. Nessuna di queste tre classi di investimento è quindi salita, mandando in testacoda le previsioni della maggior parte degli addetti ai lavori. È andato tutto talmente storto che nelle stanze dei trader si è perfino coniata un’espressione per quanto accaduto: “contrarian trade”.

Va però detto a difesa degli esperti che le previsioni non erano campate in aria ma poggiavano su teorie a tutt’oggi affrontabili. La normalizzazione della politica monetaria avviata e portata avanti dalla Fed avrebbe dovuto far salire T-Bond e dollaro. Il tutto in uno scenario in cui il petrolio - a fronte di una stabilizzazione della produzione - avrebbe potuto trovare un punto di equilibrio intorno ai 60 dollari al barile. La teoria di inizio anno non faceva una piega.

E per la maggior parte degli esperti è tutt’0ra valida. È vero che nei primi sei mesi le cose sono andate al contrario ma non è detto che nella seconda metà del 2017 i presupposti su cui poggiavano le stime avanzate a gennaio non possano velocemente manifestarsi.

Nell’ultima settimana abbiamo avuto un’avvisaglia di quanto potrebbe accadere da qui a dicembre. I tassi dei T-Bond decennali hanno recuperato 11 punti base, dal 2,26% a 2,37%. Il petrolio ha messo a segno un recupero del 10% in otto sedute. E il dollaro ha recuperato su scala globale il 2%.

Colpisce in particolare il movimento sui titoli di Stato, non solo americani. Ieri il Bund a 10 anni ha visto salire il rendimento allo 0,58%, come non accadeva da fine 2015. Il rendimento dei titoli italiani è balzato in una sola seduta di 15 punti base, dal 2,13% al 2,28%. Sono saliti i tassi perfino in Giappone: il decennale è tornato allo 0,1%, come non accadeva da inizio anno e prima ancora da gennaio 2016.

Come mai? Tra gli investitori c’è la sensazione diffusa che dopo la Federal Reserve anche le altre principali banche centrali inizieranno - chi prima chi dopo - a rialzare i tassi o comunque a drenare gli stimoli monetari. Si sono espresse in tale direzione la Bank of England e la Banca del Canada. Mentre la Bce a settembre dovrebbe svelare le carte se accelerare con il tapering (la riduzione degli stimoli) oppure prolungare al 2018 il programma di quantitative easing. C’è la sensazione che la liquidità immessa dalle banche centrali (15.400 miliardi di dollari dal 2009) sia vicina al suo picco. Dopodiché, quando scenderà, non potrà che trascinare al ribasso le obbligazioni e, probabilmente, creare tensione anche sui mercati azionari.

Secondo Chris Iggo, cio obbligazionario di Axa Investment managers «i rendimenti obbligazionari restano assai inferiori al tasso di crescita del Pil nominale, e tale divario potrebbe colmarsi». Questo fattore legato al ciclo economico, unitamente alla politica monetaria in fase di (seppur lenta) normalizzazione e alle future aspettative di aumento del deficit pubblico dei Paesi occidentali in risposta alla crescita dell’insoddisfazione del ceto medio dovrebbero portare i tassi obbligazionari a salire.

Non è quindi da escludere - e per più di un motivo - che chi a inizio anno aveva ipotizzato vendite sull’obbligazionario - previsione come visto completamente sbagliata ad oggi - non possa avere, solo dilatando la finestra temporale alla seconda metà dell’anno, visto giusto.

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