Finanza & Mercati

Bond emergenti dal boom al crollo. Conviene ancora puntare su di loro?

mercati globali

Bond emergenti dal boom al crollo. Conviene ancora puntare su di loro?

(Afp)
(Afp)

Ormai la chiamano «normalizzazione». Le banche centrali di tutto il mondo si stanno infatti orientando verso la riduzione di quell’enorme liquidità con cui negli ultimi anni hanno da una parte salvato e dall’altra anche«dopato» i mercati finanziari. La Federal Reserve americana in testa, ma anche la nostra Bce stanno progressivamente rivedendo le proprie politiche ultaespansive, o almeno pensano di farlo prima o poi. Certo, non si tratterà di un fenomeno immediato, ma è evidente che i grandi investitori iniziano a prendere le misure alla nuova tendenza, aggiustando i propri portafogli.

L’obbligazionario, epicentro delle vendite
Il cambiamento di direzione è stato evidente negli ultimi giorni soprattutto sull’obbligazionario, e le vendite che hanno colpito per una volta allo stesso modo Bund e BTp hanno dato molto nell’occhio. I movimenti più importanti (e preoccupanti) in termini assoluti si sono però visti ai danni dei Paesi emergenti: uno dei più importanti Etf del settore, l’IShares Jpm Emerging Markets Bond che punta appunto a replicare le performance del debito degli emergenti in valuta locale ha subito la scorsa settimana deflussi per 826,7 milioni di dollari: è un record storico, che segue un’altra ottava negativa giunta a sua volta a spezzare una lunga serie di afflussi pressoché ininterrotta da inizio anno.

FUGA DAGLI EMERGENTI?
Flussi e deflussi Settimanali dall'Etf IShares Jpm Emerging Markets Bond. (Bloomberg)

Ed è soprattutto un dato che ai pessimisti ricorda da vicino ciò che successe nel 2013 quando l’allora presidente della Fed, Ben Bernanke, lasciò intuire che di lì a breve gli acquisti di titoli da parte di Washington si sarebbe concluso (il cosiddetto tapering): anche allora le attività legate ai Paesi emergenti furono la principale vittima dei deflussi, entrando in un tunnel dal quale sono riemerse non molto tempo fa. Anche per questo oggi ci si interroga sulla piega che potrà prendere il mercato, ora che la Banca centrale Usa (oltre che ad alzare i tassi di interesse) ha deciso di iniziare a smantellare, se pur a piccoli passi, il proprio bilancio.

Valutazioni sopra la media, ma non in termini relativi
Va detto, per la verità, che non tutti gli analisti vedono così nero: del resto la storia non si ripete necessariamente uguale a sé stessa. Riferendosi all’azionario, Oliver Jones di Capital Economics rileva che le valutazioni in termini di rapporto prezzo/utili dei titoli quotati (p/e) sono sì «cresciuti a un livello superiore alla media di lungo periodo, ma non sono poi così elevate in termini relativi». Il loro divario con quelle dei listini dei mercati sviluppati resta infatti sempre notevole: «Questo non significa che le azioni emergenti faranno necessariamente bene, ma è pur sempre possibile che si comporteranno un po’ meglio rispetto ai mercati sviluppati nei prossimi anni», spiega Jones. Una questione relativa insomma, e un invito a non penalizzare necessariamente questa classe di investimento.

Il fattore valutario
Il discorso è in parte differente quando si guarda al mondo dell’obbligazionario: qui il vento che soffia contrario perché si teme un rialzo dei tassi a livello globale (a partire dagli Usa) e anche perché il fattore valuta ha un impatto generalmente maggiore. Sempre Capital Economics rileva che il dollaro ha perso mediamente (e sorprendentemente) terreno da quando nelle ultime settimane è partita la rincorsa a vendere bond. Ma se il biglietto verde ha ceduto contro l’euro e altre delle principali divise quali sterlina, dollaro canadese e corona svedese, ha invece guadagnato nei confronti delle monete degli emergenti, soprattutto su peso argentino e colombiano.

La variabile politica
Qualche timore di ripetere il 2013 «nero» dunque esiste, anche se lo stesso Jones fa notare che all’epoca del tapering furono colpite le valute dei Paesi con i deficit delle partite correnti più elevati «ma da allora le posizioni esterno sono significativamente migliorate, e pochi restano i governi con disavanzi ampi». La selezione, in questi casi, è quindi ancora più importante del solito, soprattutto quando si guarda al fattore della stabilità politica: «La volatilità estrema sperimentata dal Brasile nelle ultime settimane è una testimonianza dei rischi idiosincratici presenti nel debito dei mercati emergenti», avverte David Furey, Portfolio Strategist, Fixed Income, Cash & Currency di State Street Global Advisors (Ssga).

Diffidare delle «mode»
Il problema, quando si guarda al Paese sudamericano, è che lo scivolone della Borsa, della valuta e dei titoli di Stato locali è arrivata, sottolinea Ssga, proprio quando il 75% dei gestori attivi stavano sovrapesando le attività verde-oro. Si ignoravano gli evidenti fattori di debolezza cercando di inseguire la tendenza del mercato, errore che non troppo tempo fa è stata commesso da molti anche nei confronti di Turchia, Sudafrica e Russia. «In questi casi - consiglia Furey - sarebbe meglio massimizzare la diversificazione, non concentrare le posizioni basandosi sul momentun e seguire invece strategie costruite su un approccio di qualità».

Il traino sull’est Europa
Tornando alle azioni e alla loro selezione, qualche elemento interessante, che va oltre gli effetti delle temute politiche monetarie (e commerciali) restrittive made in Usa lo fa notare Sammy Suzuki, Portfolio Manager of Strategic Core Equities di Alliance Bernstein. «Le nazioni dell’Europa centrale, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca stanno vivendo la fase iniziale di un risveglio economico a rimorchio di un’Eurozona che sta guarendo dalla crisi e le azioni del comparto finanziario offrano un'interessante opportunità per approfittare della ripresa in atto», nota il gestore, che evidenzia anche altri due temi un po’ fuori dal coro.

L’occasione iPhone 8
«Apple vuole celebrare il decimo anniversario dell’iPhone con un modello rivoluzionario, l’iPhone 8, all’arrivo del quale in autunno è prevedibile un grande rimescolamento nella filiera tecnologica asiatica, dover saranno abbondantemente premiati gli operatori posizionati in modo più favorevole rispetto ai competitor tecnologicamente meno aggiornati», spiega Suzuki, sottolineando quindi che nonostante le minacce di protezionismo di Donald Trump (ancora tutte da verificare) ci saranno comunque molte fra le società dei Paesi emergenti, in particolare asiatiche, ad approfittare dell’instancabile domanda per gli apparati elettronici.

La carta dell’esposizione «indiretta»
Da ultimo, per chi evidentemente non intende avere a che fare con l’inevitabile volatilità dei listini emergenti ma al tempo stesso non vuole rinunciare ad approfittare della dinamicità di quei mercati, resta l’opzione di giocarsi la carta di aziende del mondo «avanzato» particolarmente esposte sull’area. «Alcuni tra i migliori investimenti nei mercati emergenti arriveranno dall’esterno di essi», sostiene Suzuki, ricordando «l’eterno amore tra i consumatori dei Paesi emergenti e i brand globali, che coprono un’ampia gamma di settori, tra cui prodotti per la casa e per la cura personale e abbigliamento sportivo-chic».

Inutile forse ricordare che tra i nomi globali «cari» alla classe emergente di consumatori benestanti in Asia, America Latina, Russia e Medio Oriente che si accaparra automobili, orologi, accessori di pelletteria, gioielli, vini, alcolici e cosmetici di eccellenza (e che nel 2020 rappresenterà probabilmente circa la metà del mercato del lusso mondiale) trovano ampio spazio anche molti marchi di casa nostra.

© Riproduzione riservata