Finanza & Mercati

L’ambiguità che placa le ansie dei mercati

dopo la fed

L’ambiguità che placa le ansie dei mercati

(Reuters)
(Reuters)

La presidente della banca centrale americana Janet Yellen ha fatto l’ennesimo giro di valzer, ben sapendo che i mercati finanziari avrebbero applaudito. La ricetta è sempre la stessa: grazie all’eccesso di discrezionalità in cui può operare, basta essere ambigui con le parole, e poi ci penserà Wall Street a trasformare l’opacità della banca centrale in oscillazioni del dollaro, dei tassi e degli scambi azionari. Che l’incertezza sia una tossina per l’economia reale sembra poco importare ad una banca centrale il cui vertice pare avere una sola preoccupazione: utilizzare l’ambiguità per aumentare le probabilità di mantenere il posto di fronte ad un mandato in scadenza. Ieri abbiamo avuto un nuovo esempio di come l’analisi della interazione tra le banche centrali ed i mercati finanziari debbano utilizzare non solo gli strumenti tradizionali della analisi economica, ma anche quelli più recenti dell’economia comportamentale. L’economia comportamentale suggerisce di prestare attenzione ai fenomeni in cui gli operatori di mercato si muovono con una logica che appare distorta rispetto a quella classica. L’esempio di ieri rientra nella cosiddetta preferenza per le conferme (confirmation bias): dato un insieme di informazioni, chi ascolta seleziona solo quello che conferma i suoi a priori, siano essi desideri o aspettative.

La presidente Yellen nell’audizione di fronte al Congresso non ha detto nulla di sostanzialmente diverso da quello che la Fed aveva ufficialmente comunicato ai mercati nelle scorse settimane, tranne che per il fatto di piazzare qua e là qualche affermazione ambigua, tipo «che oggi le probabilità che l’economia americana vada meglio o peggio di come sta andando sono esattamente cinquanta e cinquanta». Una simile affermazione può essere una sconcertante banalità, oppure il grilletto che innesca l’incertezza rispetto alla dinamica inflazionistica, e quindi all’atteggiamento della politica monetaria. Nei suoi comunicati ufficiali, la Fed ha sempre affermato che la ripresa economica e del mercato del lavoro è robusta, anche se la dinamica dei prezzi è meno effervescente delle attese. La spiegazione è legata ad un meccanismo di trasmissione della politica monetaria in cui i comportamenti delle imprese sul mercato del lavoro da un lato, e dei beni e servizi dall’altro, non sono fluidi come in passato. Per cui occorre costanza e pazienza, come recentemente ha ricordato il presidente della Bce Mario Draghi per descrivere il rapporto che oggi - all’indomani della Grande Crisi - deve esistere tra le scelte di politica monetaria e gli effetti sulle variabili reali e nominali. Ma se la Yellen aumenta l’incertezza, ecco che la preferenza per le conferme che i mercati hanno in favore di un proseguimento dell’eccesso di liquidità prende il sopravvento. È un meccanismo di cui è stato vittima lo stesso Draghi qualche settimana fa; all’indomani dell’“equivoco”, la Bce emise un comunicato per correggere l’errore dei mercati. Se la Fed non lo farà, avremo la conferma che l’ambiguità è voluta. L’ambiguità sarebbe coerente con la preferenza che la banca centrale americana continua a dimostrare per la discrezionalità rispetto alle regole monetarie. Proprio qualche giorno fa la Fed, nel suo rapporto semestrale, ha ribadito la sua ostilità alle regole. Nel documento si riconosce che le regole monetarie aumentano la prevedibilità dell’azione della banca centrale, contribuendo alla stabilità. Ma poi parte l’elenco dei difetti, sottolineando che la regola: a) non può cogliere la complessità dell’economia; b) non considera target macro diversi da quelli dell’inflazione e della crescita, che sono anche di difficile misurabilità; c) non è unica, in quanto la letteratura ne ha proposte almeno cinque; d) non prende in considerazione la percezione del rischio che è correlato a ciascuna scelta monetaria.

È una posizione che colpisce sotto almeno tre punti di vista. Innanzitutto si trascura completamente l’analisi dei costi e benefici politici nell’avere una regola, che è invece il suo fondamento più solido. Poi si omette il fatto che tutti i difetti sarebbero superabili attraverso una scelta della Fed di una precisa regola monetaria, rivedibile secondo il meccanismo dell’“adeguati o spiega”. Al contempo è interessante il riferimento alla rilevanza della propensione al rischio del decisore della politica monetaria, con le sue relative distorsioni comportamentali. Dunque la Fed della possibile esistenza di bias nei mercati ha perfetta contezza. Sarà un caso?

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