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Biesse, più macchine hi-tech per sfruttare l’«Industria…

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Biesse, più macchine hi-tech per sfruttare l’«Industria 4.0» La sfida sui servizi ai clienti

Incrementare la produzione di macchine in funzione dell’«Industry 4.0».Poi: proseguire nell’efficientamento del capitale commerciale circolante netto. Ancora: continuare la crescita nelle plastiche e materiali avanzati. Infine: spingere i servizi alla clientela, seppure con un orizzonte temporale di medio periodo. Sono tra le priorità di Biesse Group a sostegno del proprio business.

L’attività, a ben vedere, nel primo trimestre del 2017 è stata contraddistinta da ricavi e redditività in rialzo. Il fatturato si è assestato a 161,5 milioni in aumento del 37,6% rispetto allo stesso periodo del 2016. L’utile operativo, dal canto suo, è arrivato a 16,4 milioni a fronte dei 5,4 milioni di un anno prima. Infine la marginalità: l’Ebit margin è passato dal 4,6% del 31/3/2016 al 10% del 31 marzo scorso.

Al di là dei numeri di conto economico il risparmiatore è però interessato allo sviluppo aziendale. Un focus di Biesse, per l’appunto, riguarda le plastiche e i materiali avanzati. La società è noto, oltre al «tooling» e ai «ricambi», ha due principali aree di business: la «divisione legno» (73,2% dei ricavi a fine 2016 al lordo delle elisioni) e quella «Vetro e pietra» (15,6%). A queste deve poi aggiungersi la «Meccatronica» (14,2%). Ebbene: da qualche esercizio, anche per diversificare il business, il gruppo ha aggiunto l’attività su «plastic e advanced materials». Qui la strategia ha sfruttato due elementi. Il primo è che la struttura di base delle nuove macchine è la stessa di quelle tradizionali di Biesse. Il secondo è che Hsd, società del gruppo attiva nella meccatronica, da tempo vende a terzi la componentistica per la plastica. Il che ha agevolato la nuova articolazione di business.

Attualmente lo sforzo maggiore è creare, passo dopo passo, la rete distributiva. Biesse in generale avvia l’espansione laddove ha le sue filiali. Così il programma è partito in Italia, Germania e Francia. A seguire arriveranno altri mercati: dalla Spagna agli Stati Uniti fino al Canada. Gli obiettivi? Nel 2017 la società vuole raggiungere circa 20 milioni di ricavi. Per poi, secondo quanto indicato dal business plan 2017-2019, arrivare a 30 milioni a fine arco di piano. Tutto rose e fiori, quindi? La realtà è più complessa. Il risparmiatore esprime un dubbio: la non alta notorietà dei marchi del gruppo, fuori dai suoi tradizionali settori, può essere d’ostacolo allo sviluppo del business. Biesse rigetta il dubbio. In primis l’azienda, avendo iniziato l’attività nel legno, non era conosciuta nel vetro e marmo. Eppure, ricorda la società, il fatturato generato in quest’ultima area a fine del 2016 è stato di 96,04 milioni. Quindi, afferma sempre Biesse, il track record mostra la sua capacità ad espandersi in altri settori. Inoltre, viene sottolineato, le competenze tecnologiche e produttive sono già presenti in azienda. Infine: gli obiettivi fissati sono comunque prudenti. Di conseguenza Biesse non vede alcun particolare problema sul tema in oggetto.

E riguardo al comparto dei metalli? Qui, a differenza che negli advanced materials, la società produce solo componentistica. Il comparto, infatti, da una parte è già piuttosto maturo; e, dall’altra, la concorrenza è forte. Quindi: rebus sic stantibus non ha senso realizzare macchinari completi. L’obiettivo? Arrivare ad un giro d’affari intorno a 19 milioni nel 2019.

Ciò detto non è solo questione di metalli o advanced materials. Un ruolo rilevante lo recita l’ «Industry 4.0», soprattutto in Europa. Nel Vecchio continente, infatti, Paesi come l’Italia hanno previsto su questo fronte agevolazioni fiscali. Non solo. L’elevato costo del lavoro spinge la robotizzazione della produzione. A fronte di un simile contesto Biesse vuole ovviamente giocare le sue carte. In che modo? Ad esempio attraverso la cosiddetta «Fabbrica digitale». Vale a dire: il gruppo realizza macchinari che, grazie a software e ad una meccanica sofisticata, sono in grado di dialogare con l’Irp dei suoi clienti/produttori. Con il che la produzione di quest’ultimi, tra le altre cose, diventa più flessibile e maggiormente corrispondente alle richieste dei loro utenti.

Già, gli utenti. Altro sforzo, peraltro legato anch’esso all’ «Industry 4.0», è quello di crescere nei servizi tecnologici proprio alla clientela. In tal senso diversi investimenti sono indirizzati allo sviluppo della piattaforma software Sophia. Si tratta di una soluzione che, applicata a tutte le macchine di serie nel 2017, consente a Biesse di effettuare, in remoto, una diagnostica (in futuro anche predittiva) dello stato del macchinario. Il quale, attraverso ad esempio uno smartphone, potrà a sua volta essere monitorato nella produzione dallo stesso imprenditore. Insomma: la digitalizzazione dell’economia è un fenomeno che spinge il business di Biesse. La quale, proprio grazie al tema dell’«Industry 4.0» tipicamente europeo, ha visto il recente incremento del peso dell’Europa Occidentale sul fatturato. Il che, tuttavia, non elimina la «forza» di fondo di altri mercati. Tra questi il Nord America il quale, seppure la sua incidenza percentuale sia scesa, è cresciuto in termini di volumi (+32,2% nel primo trimestre 2017). Il focus, al di là del trend positivo del Canada legato al cambio valutario, è soprattutto sugli Stati Uniti. Qui un key driver è la richiesta di macchinari più sofisticati. Da un lato i clienti chiedono unità produttive integrate con la loro filiera logistica e distributiva. Dall’altro, gli stessi sistemi integrati devono caratterizzarsi con un tasso elevato di automazione. Certo: non è la stessa attenzione dell’Europa con l’«Industry 4.0». E, tuttavia, Biesse fa ovviamente «affidamento» sul mercato statunitense. Al che il risparmiatore pone il seguente dubbio: l’attuale amministrazione americana ha previsto dazi sull’import; una politica protezionistica che può dare fastidio. La società smorza i timori. In primis, è l’indicazione, dalle parole non si è finora passati ai fatti. Quindi: bisogna attendere le eventuali concrete misure. Inoltre, afferma l’azienza, negli Usa non esiste un’industria organizzata dei macchinari del legno. Quindi, dice sempre Biesse, è difficile ipotizzare dazi nel settore. Infine: se questi dovessero concretizzarsi il gruppo ricorda di avere, nella città di Charlotte, un’area che in breve periodo può essere trasformata in impianto d’assemblaggio. Di conseguenza il gruppo rigetta le preoccupazioni.

Dagli Usa all’Asia-Pacifico. Quest’ultima è un’altra area rilevante per Biesse. Nel giugno scorso, in India, è stato portato a termine l’ampliamento dell’impianto di Bangalore (circa 4 milioni d’investimenti). La fabbrica, il cui output è costituito da macchinari «entry level» nel legno, dovrà servire soprattutto l’Export: dal Nord America fino allo stesso Sud-Est asiatico. Non solo. Deve ricordarsi che nel 2015 Biesse ha inaugurato a Kuala Lumpur (Malaysia) una sede commerciale. Si tratta dell’hub proprio per il Sud-Est asiatico rispetto al quale, sul fronte delle macchine top di gamma, si ha l’import dall’Italia. Riguardo, invece, a quelle meno costose la domanda verrà, da un lato, soddisfatta dall’impianto indiano. E dall’altro, ci sarà eventualmente anche il supporto della fabbrica di Donguann in Cina.

Già, la Cina. Nel Paese del Dragone il discorso è articolato. Il business cinese di Biesse nel complesso, va detto, è in utile. Tuttavia, senza considerare la meccatronica, l’attività nel legno è in rosso. In questo settore la quota di mercato dell’azienda è limitata al 5%. L’obiettivo è arrivare, in 3-4 anni, almeno al 10% di market share. In tal senso Biesse, tra le altre cose, va ampliando, attraverso diverse assunzioni di agenti,la rete distributiva. La strategia giocoforza prevede prima nuovi esborsi e, poi, l’attesa crescita delle vendite. Nuovi volumi che, da un lato, dovranno contribuire ad aumentare l’export dalla Cina (attualmente al 20% del produzione locale); e, dall’altro, anche consentire di raggiungere il break even nel business del legno in un paio di anni.

A fronte di un simile contesto quali, invece, le prospettive sul più breve periodo del 2017? L’azienda stima, a fine anno, l’Ebit margin all’8,7-9%. La Posizione finanziaria netta dal canto suo, anche grazie ai flussi di cassa conseguenti alla maggiore efficienza sul net operating working capital, è prevista (dopo il dividendo e i Capex) leggermente positiva. Per poi, nel 2018, arrivare a 10-15 milioni di cash. In generale, comunque, il gruppo indica di essere in linea con gli obiettivi del business plan 2017-2019.

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