Finanza & Mercati

Esuberanza in Borsa non del tutto irrazionale

L'Editoriale|TRA BOLLA E CRESCITA

Esuberanza in Borsa non del tutto irrazionale

Quando Snapchat è sbarcata a Wall Street, a inizio anno, a molti operatori di Borsa sarà venuto uno strano senso di déjà-vu. In pochi giorni il gruppo ha infatti quasi raddoppiato il suo valore di Borsa, portando la capitalizzazione oltre i 31 miliardi di dollari. Il social network più amato dai teenager valeva in quei giorni circa 60 volte i suoi stessi ricavi. Senza produrre un dollaro di utili. E senza grandi prospettive di profitti per i prossimi anni. Una follia: infatti il titolo in pochi mesi ha bruciato 14 miliardi di capitalizzazione. Riportando la mente di tanti operatori a quella «bolla» tecnologica che a inizio millennio infranse molti sogni. E troppi portafogli.

Sarà anche estremo, ma il caso di Snapchat non va sottovalutato. Per almeno tre motivi. Perché arriva nel momento in cui molte Borse (a partire da quelle Usa) sono sui massimi storici. Perché le quotazioni delle aziende in Borsa sono mediamente molto elevate: il rapporto tra prezzo e utili in America è ai massimi dal 2001 e quello in Europa, escludendo una breve parentesi nel 2014, anche. E perché il ciclo espansivo dei mercati è stato trainato da due “propulsori” che presto potrebbero venire meno: le politiche ultraespansive delle banche centrali e la crescita economica. La domanda è dunque legittima: siamo di fronte a una nuova bolla speculativa? Il caso di Snapchat, nel contesto del boom di matricole del 2017, rappresenta la punta di un iceberg? E soprattutto: cosa accadrà quando i due “propulsori” verranno meno?

Che in Borsa ci sia una certa esuberanza è evidente. Le valutazioni, come già accennato, sono il primo indizio: il rapporto tra prezzo delle azioni e utili aziendali (un indicatore che mostra la sopravvalutazione di un mercato) è quasi a 23 negli Usa e poco sotto quota 16 in Europa. In entrambi i casi si tratta di livelli elevati, sui massimi dal 2001: ben lontani dunque dagli eccessi di fine 1999 e inizio 2000, ma comunque si tratta di tetti mai più toccati da 16 anni e solo sfiorati nel 2003. Se si esclude dal calcolo il settore finanziario, i risultati sono ancora più eclatanti: dunque un certo odore di «bolla» si sente. Il boom di società che si quotano in Borsa, come evidenziato in pagina, è un altro indizio: segnala la buona fase del mercato e la voglia delle aziende di cogliere l'occasione. E casi come quello di Snapchat alzano il livello di allerta. Questo induce molti a pensare che una sorta di «bolla», forse anche selettiva e settoriale, in fondo ci sia.Eppure tanti altri indizi lanciano un messaggio più rassicurante.

Molti analisti ricordano che la situazione di oggi sia ben diversa da quella del 2000: ai tempi le aziende volavano in Borsa in base a valutazioni basate sul nulla, oggi invece un settore come quello tecnologico (dove si concentrano i maggiori timori) genera enormi flussi di cassa. È vero che le big five del settore tech (Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon e Facebook) valgono oggi in Borsa più del Pil della Gran Bretagna, ma è anche vero che non hanno multipli elevati come quelli delle big five del 2000: ai tempi le grandi società tecnologiche valevano in media 60 volte gli utili, oggi - secondo i dati di Goldman Sachs - in media 23. Una bella differenza: anche oggi si tratta di valutazioni elevate, ben oltre il tollerabile per gli investitori più avveduti, ma non come a quei tempi. E se si aggiustano i multipli complessivi delle Borse al ciclo economico, come fa l'indice Shiller P/e, si scopre che almeno in Europa non c'è una sopravvalutazione (anzi, le valutazioni di questo indicatore sono ai minimi da almeno gli anni 80). A differenza degli Usa, dove qualche eccesso c'è. Insomma: sul mercato si trovano tante argomentazioni per gridare alla «bolla» e tante altre per restare più sereni. Torniamo dunque alla domanda iniziale: chi ha ragione? La risposta più onesta che si possa dare a questa domanda probabilmente è «dipende». Perché dipende da almeno un fattore determinante: il contesto congiunturale dei prossimi anni e soprattutto il comportamento delle banche centrali.

Il forte rally di Borsa dal 2009 ad oggi è stato infatti guidato, coccolato e favorito dalle politiche monetarie delle banche centrali. Stampando moneta e inondando i mercati di liquidità, sono state loro a trascinare le Borse ai record. Anche negli ultimi mesi, mentre la Fed alzava i tassi d'interesse Usa, le altre banche centrali hanno continuato a pompare liquidità sui mercati: ad aprile hanno complessivamente stampato 350 miliardi di dollari, a maggio 300, a giugno oltre 100.Questa stampella, però, potrebbe presto venire meno: almeno sei banche centrali mondiali stanno infatti in vario modo preparando il terreno alla fine degli stimoli o alla loro riduzione. Questo potrebbe avere un effetto dirompente su Borse già esuberanti, a meno che le banche centrali non riescano a stringere i cordoni della politica monetaria senza creare effetti negativi sull'economia. Ecco perché, nel dibattito tra «bolla» e «non bolla», la risposta più onesta è «dipende»: perché se le banche centrali riusciranno a normalizzare la politica monetaria mantenendo robusta la crescita economica, allora anche valutazioni di Borsa elevate potrebbero essere un po' più giustificate. Altrimenti la «bolla» sarà destinata a scoppiare.Ad essere colpiti potrebbero essere i settori che maggiormente hanno beneficiato delle politiche delle banche centrali: il settore biotech (che dal 2009 ha guadagnato in media il 19,9% annuo) , quello tecnologico (18,9%), quello dei consumi discrezionali (18,1%), gli industriali (15%) e il settore sanità (14,7%). Ma, come detto, tutto dipenderà dall'abilità delle banche centrali a gestire la exit strategy. E dalla reazione che i mercati, sempre più automatizzati e influenzati da algoritmi, avranno alle loro mosse.

© Riproduzione riservata