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5 anni fa Draghi salvò l’euro: che cosa è cambiato in 5…

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5 anni fa Draghi salvò l’euro: che cosa è cambiato in 5 grafici

Faremo tutto ciò che è necessario («whatever it takes») per salvare l’euro. Queste poche parole pronunciate dal presidente della Bce Mario Draghi esattamente cinque anni fa furono decisive per spazzar via la speculazione che, tra il 2010 e il 2012, portò l’Eurozona sull’orlo del collasso. I gestori del fondo Fidelity International hanno selezionato cinque grafici per spiegare che cosa è cambiato in questi cinque anni.

1) Il costo del debito pubblico in netto calo
La fase due della grande crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti alla fine del 2008 ha avuto come epicentro l’Eurozona. E nello specifico gli anelli più deboli della catena: i Paesi periferici: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (Piigs in gergo). La paura che la fragilità dei loro conti pubblici portasse alla disintegrazione dell’Eurozona si tradusse in una pesantissima impennata di rendimenti e spread. Una speculazione dagli effetti nefasti che solo l’intervento della Bce riuscì a spezzare. L’impegno verbale di Draghi con il «whatever it takes» fu il primo passo di una strategia di politica espansiva messa in atto attraverso il taglio dei tassi e il piano di acquisti di titoli sui mercati (Quantitative easing) essenziale nel disinnescare la speculazione. «Da allora - segnala Fidelity - i rendimenti sul debito periferico sono scesi drasticamente. L’Italia attualmente paga poco più del 2,2% per i prestiti decennali, un valore ben lontano dal 7,24% del novembre 2011 che era stato il più alto registrato dalla metà degli anni Novanta. La BCE ha pertanto compiuto la sua missione in termini di riduzione dei costi del debito pubblico a livelli sostenibili».

2) L’espansione del bilancio
Gli interventi messi in atto in questi anni sono stati tanti: il tasso di riferimento è stato portato a zero e il tasso di deposito è stato portato in territorio negativo al -0,4%. La Bce ha fornito oltre mille miliardi di euro di liquidità alle banche dell'Eurozona attraverso le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Ltro). Con il Qe avviato a marzo 2015 la Bce ha comprato bond governativi e corporate per un valore superiore ai € 2 miliardi. In conseguenza di tutte queste misure «il bilancio della banca centrale è cresciuto fino a superare i € 4.000 miliardi, una cifra pari al 35% del Pil dell'Eurozona».

3) Le condizioni di rifinanziamento delle banche
Se uno Stato fatica a rifinanziarsi sui mercati anche le sue banche soffrono e di conseguenza saranno meno disposte a fare credito a famiglie e imprese a meno di non ottenere tassi di interesse adeguatamente alti da ripagarsi l’investimento. L’effetto della stretta creditizia (credit crunch) che si viene a creare è nefasto per l’economia. L’intervento della Bce ha avuto l’effetto di migliorare le condizioni di rifinanziamento delle banche contribuendo al graduale ritorno del credito a famiglie e imprese. «Ad oggi - segnala Fidelity - le banche dell'Eurozona hanno ottenuto prestiti per più di € 1.100 miliardi dalla Bce a un costo ridotto o praticamente inesistente. Le condizioni finanziarie vantaggiose, l'incremento della liquidità, la disponibilità di credito e il sostegno continuo fornito dalla BCE ai mercati del credito europei sono stati i fattori principali per la contrazione degli spread. Le società europee dalla crisi sono state molto più attente nella gestione dei propri bilanci e rimangono caute per quanto concerne la leva finanziaria. Queste hanno sfruttato i bassi costi di finanziamento a disposizione per rifinanziare ed estendere le loro passività, migliorando nel complesso i fondamentali del credito».

4) La ripresa dell’economia
Il miglioramento delle condizioni finanziarie generali nell’Eurozona ha gradualmente favorito una ripresa dei finanziamenti all’economia reale. «La ripresa ciclica si è fatta attendere ma attualmente è in pieno svolgimento» segnala Fidelity.

5) L’inflazione resta debole
Salvare l’euro dall’implosione è stata la missione della Bce sotto la guida di Mario Draghi. Nell’ottenere gli obiettivi che si era prefissato Draghi ha messo in atto politiche non convenzionali infrangendo diversi tabù. Uno tra tutti quello che la banca centrale europea non potesse acquistare titoli di Stato dei Paesi membri. Se la Bce ha potuto spingersi a tanto è perché ha dovuto tenere fede al suo mandato che è quello di mantenere l’inflazione stabile intorno al 2 per cento. È un obiettivo che è stato raggiunto? Non ancora. Se è vero che la minaccia della deflazione è stata scongiurata l’inflazione non è ancora tornata sui livelli ottimali. «Senza dubbio - commenta Fidelity - l'economia dell'Eurozona è più forte allo stato attuale rispetto al 2012; il lavoro della BCE tuttavia non è ancora finito. Nei paesi periferici l'indebitamento rimane elevato. Nonostante la politica monetaria molto accomodante, il basso costo dei finanziamenti e una maggior debolezza della valuta, l'inflazione non ha mai raggiunto il target della BCE».

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