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Le Borse ora valgono più del Pil del pianeta. Quali sono i rischi?

il sorpasso

Le Borse ora valgono più del Pil del pianeta. Quali sono i rischi?

I mercati azionari sono reduci da nove anni consecutivi di rialzi. Il dato spaventa un po’ gli amanti delle statistiche perché ricordano che di solito i cicli positivi durano otto anni, dopodiché i rischi di una correzione (anche importante) aumentano.

Non è l’unico dato eclatante che un’analisi dell’andamento delle Borse ci offre. L’altro riguarda la capitalizzazione: alla chiusura di venerdì il valore globale delle azioni quotate sui mercati finanziari ammontava a 77.700 miliardi di dollari. Siamo sui massimi di tutti i tempi. Da inizio anno la capitalizzazione è aumentata di oltre 10mila miliardi (già solo le big five dell’hi-tech valgono 3mila miliardi). Si tratta di un dato per certi versi incredibile, soprattutto se paragonato al valore che le azioni esibivano a fine 2008, nel bel mezzo della crisi finanziaria culminata con il collasso di Lehman Brothers. Allora la capitalizzazione scivolò a 31mila miliardi, il 60% in meno dei valori attuali.

Potremmo anche dire che da allora, grazie al sostegno delle banche centrali - che dal 2009 hanno pompato sui mercati finanziari 15mila miliardi - le Borse hanno guadagnato il 150%.

Se a fine 2008 le Borse valevano meno della metà del Pil globale, ora ne celebriamo il sorpasso. Oggi, come detto, le Borse esprimono un valore di quasi 78mila miliardi di dollari a fronte di un Pil globale che a fine 2016 ammontava a 75.500 miliardi. Ipotizzando che il Fondo monetario internazionale ci abbia visto giusto prevedendo per il 2017 una crescita economica a fine anno del 3,5% (e che quindi nei primi sei mesi dell’anno il Pil globale sia cresciuto dell’1,8%) il Pil globale si attesterebbe in questo momento poco sotto i 77mila miliardi. E quindi, al momento, di sorpasso si tratta.

LA CAPITALIZZAZIONE DELLE BORSE SUPERA IL PIL DEL PIANETA
Dati in miliardi di dollari. Il dato del Pil globale del 22/0772017 è una stima sulla base delle aspettative del Fmi su una crescita del Pil globale del 3,5% nel 2017. (Fonte: Bloomberg , Fmi)

Certo, da qui a dicembre sarà un bel testa a testa perché - sempre ipotizzando che la stima dell’Fmi venga centrata - allora il valore della domanda aggregata globale (così piaceva all’economista John Maynard Keynes definire il Pil) salirà a 78.200 miliardi. Vorrà dire che le Borse dovranno registrare un’ulteriore progressione da qui a dicembre dello 0,7% per chiudere l’anno comunque in vantaggio.

Ma al di là della sfida tra Pil e Borse, questo sorpasso ci offre almeno tre spunti di riflessione.

1) È a questo punto evidente che senza il sostegno delle banche centrali non sarebbe avvenuto. Questo la dice lunga sull’importanza che ha rivestito nell’ultimo decennio la politica monetaria nel mondo;

2) il sorpasso potrebbe durare ancora per un po’, almeno fintanto che i Paesi sviluppati continueranno a vivere la cosiddetta “Goldilocks economy”. Una fase in cui l’economia non cresce troppo velocemente da generare livelli preoccupanti di inflazione ma è comunque lontana dalla recessione. Una fase caratterizzata da bassi tassi di interesse e un tasso di disoccupazione basso (come quelli di Usa, Giappone, Germania, Inghilterra e non solo che viaggiano sotto il 6%). Una fase ideale per gli investimenti finanziari perché le società producono utili in crescita e distribuiscono dividendi (altrimenti il Pil non crescerebbe) mentre la bassa inflazione non mette a repentaglio i bond da una caduta dei prezzi;

3) va però detto che si tratta di un equilibrio fragile e potenzialmente molto instabile. Se il Pil dovesse accelerare bruscamente, e con esso anche l’inflazione, l’attuale castello economico potrebbe crollare. Un rialzo dell’inflazione penalizzerebbe in prima battuta il mercato dei bond e poi a ruota, la conseguente perdita patrimoniale per investitori e risparmiatori potrebbe ripercuotersi sulle azioni.

Quindi, fintanto che le banche centrali continueranno a sostenere i mercati l’attuale sorpasso delle Borse sul Pil - per certi versi premonitore di una possibile sopravvalutazione degli asset finanziari - non dovrebbe destare preoccupazioni. Ma non appena le banche centrali inizieranno a drenare la liquidità che hanno immesso (e per forza di cosa dovranno farlo nei prossimi anni per evitare che si gonfi una bolla finanziaria) non è da escludere una fisiologica correzione.

L’importante - ed è proprio quello che stanno cercando di fare le principali banche centrali - è evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2007. Anche allora le Borse superarono il Pil (60mila miliardi contro 58mila) ma quella che ne seguì non fu una semplice correzione bensì una tempesta finanziaria che in 12 mesi spazzò metà del valore delle azioni.

Ecco perché le banche centrali oggi sono molto caute - con un atteggiamento un giorno da “falco” e il giorno dopo da “colomba” non fanno altro che prendere tempo - nel modificare la politica monetaria. Sono consapevoli che un rialzo dei tassi troppo veloce potrebbe innescare una nuova crisi prima finanziaria e poi economica. A quel punto la “Goldilocks economy” lascerebbe spazio alla “Black swan economy”.

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