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Brent sopra 50 dollari: l’Opec taglia l’export, shale oil…

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Brent sopra 50 dollari: l’Opec taglia l’export, shale oil col fiato corto

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Il mercato del petrolio potrebbe essere vicino a una svolta. L’Opec ha cominciato a tagliare non solo la produzione, ma anche le esportazioni di greggio. E contemporaneamente ci sono segnali di frenata anche da parte dello shale oil. Il tutto mentre la domanda si sta rafforzando, anche se in buona parte per motivi stagionali.

Ci sono già state altre fasi di rafforzamento dei fondamentali. E non è escluso che anche stavolta il fenomeno si riveli temporaneo. Ma le stelle si stanno riallineando in modo sempre più evidente e i prezzi – che stavano già salendo sul mercato fisico, tanto che i differenziali di molte qualità di greggio sono ai massimi da tre o più anni – adesso tornano a surriscaldarsi anche sul mercato dei futures: il Brent ieri ha guadagnato circa il 3%, riconquistando quota 50 dollari al barile.

L’Arabia Saudita – che ha promesso di ridurre l’export a 6,6 milioni di barili al giorno ad agosto, un milione in meno rispetto all’anno scorso – non è più sola nel ridurre l’export. Dopo l’esortazione del ministro Khalid Al Falih al meeting di San Pietroburgo (si veda il Sole 24 Ore di ieri) l’esempio è stato seguito dagli Emirati Arabi Uniti: la Abu Dhabi National Oil Co (Adnoc) ha confermato ufficialmente un taglio del 10% delle consegne ai clienti in settembre, che riguarderà tutte le qualità di greggio, ossia Murban, Das e Upper Zakum.

La stretta potrebbe ulteriormente accentuare le tensioni sui prezzi nel mercato fisico, dove i tagli dell’Opec e dei suoi alleati – con l’arrivo dell’estate e le raffinerie che lavorano a pieno ritmo – hanno cominciato a farsi sentire. Il greggio russo Ural in Europa oggi vale 65 centesimi meno del Brent, lo sconto minore da quasi tre anni (ad aprile lo sconto era di 2 dollari). In America il colombiano Vasconia e l’ecuadoriano Oriente sono ai massimi dal 2013 rispetto al Wti, mentre in Asia l’iracheno Basrah Heavy non è mai stato così caro rispetto al Dubai da quando Baghadad ha iniziato a esportarlo, a giugno 2015.

«Le condizioni del mercato vanno un po’ meglio, con differenziali fisici che stanno migliorando in tutto il mondo». assicura Ian Taylor, ceo di Vitol, colosso mondiale del tradig di petrolio, in un’intervista alla Bloomberg. Il fenomeno è evidente anche agli occhi di Amrita Sen, capo analista di Energy Aspects, che si stupisce del fatto che finora sia stato «ignorato dall’ambiente finanziario».

Gli investitori potrebbero aprire gli occhi all’improvviso, come hanno fatto sul tema shale oil:  il mercato sembra aver realizzato soltanto adesso che i frackers – dopo la folle corsa alle trivellazioni dei mesi scorsi – potrebbero avere il fiato corto.

Qualche campanello di allarme aveva già cominciato a suonare, dalla risalita dei costi estrattivi alle maggiori difficoltà (e oneri) di finanziamento riscontrate nel settore: i rendimenti dei bond spazzatura sono di nuovo in ascesa e nel secondo trimestre ci sono state solo 12 emissioni azionarie, per un totale di 4 miliardi, il minimo dalla fine del 2015.

Nelle ultime ore sono però arrivati due avvertimenti che nemmeno il trader più distratto poteva ignorare: il primo da Halliburton, il big dei servizi petroliferi più attivo nel fracking, e il secondo da Anadarko Petroleum, compagnia presente in numerose aree di shale.

«La crescita del numero di trivelle dà segni di essersi appiattita. I clienti in tutto il Nord America stanno tirando il freno», ha avvertito Dave Lesar, il direttore esecutivo di Halliburton, dopo l’ottima trimestrale comunicata al mercato, in cui la società è tornata a fare profitti (28 milioni di $, contro una perdita di 3,2 miliardi nel secondo trimestre 2016) proprio al traino del boom di attività negli Usa.

Poche ore dopo Anadarko, uno dei maggiori produttori di shale oil negli Usa, ha annunciato una riduzione di 300 milioni di $ del budget per gli investimenti, che porterà il capex 2017 a 4,2-4,4 miliardi, con impatti sulla produzione. «Le attuali condizioni di mercato – si è giustificato il ceo Al Walker – richiedono una minore intensità di capitale, vista la volatilità dei margini in questo ambiente operativo».

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