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Il «whatever it takes» di Draghi? Vale 5mila miliardi per le…

ricorrenze monetarie

Il «whatever it takes» di Draghi? Vale 5mila miliardi per le Borse e i bond europei

«La Bce farà tutto il necessario per sostenere l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente». Quando cinque anni fa pronunciò di fronte alla platea londinese queste parole Mario Draghi aveva il chiaro obiettivo di mettere fine all’ondata di speculazioni sulla tenuta dell’Unione monetaria che rischiavano di spazzare via i Paesi più deboli dell’area dell’euro con i loro debiti vicini ormai al collasso. Non aveva, il presidente della Bce, probabilmente idea delle conseguenze che quelle due scarne frasi, passate ormai alla storia come il celebre discorso del «whatever it takes», avrebbero avuto sui mercati finanziari.

Effetti «collaterali»
In 5 anni, da quel 26 luglio 2012, azioni e obbligazioni dell’Eurozona hanno iniziato una rincorsa con poche pause e che non si è ancora del tutto esaurita, almeno per le Borse. Volendo effettuare un calcolo complessivo, il valore degli asset azionari e di quelli a reddito fisso (bond governativi, ma anche corporate e high yield) è cresciuto in questo lasso di tempo di qualcosa come 5mila miliardi di euro: potremmo chiamarli effetti collaterali, positivi almeno per chi ha investito al rialzo negli ultimi anni.

LA SPINTA SULLE AZIONI
La capitalizzazione delle Borse dell'Eurozona. Dati in miliardi di euro (Fonte: Thomson Reuters)

A una cifra simile con 12 zeri si arriva sommando anzitutto la maggior capitalizzazione delle Borse dei Paesi dell’area euro, che valgono oggi poco meno di 6.700 miliardi, quasi il doppio rispetto a 5 anni fa. Su questo tema, a voler essere proprio puntigliosi, si potrebbe però notare che non è del tutto appropriato parlare di solo «effetto Draghi», visto che nell’ultimo quinquennio sono cresciute le quotazioni di tutte le Borse mondiali e che l’indice S&P 500 di New York (ieri all’ennesimo record storico) ha incrementato addirittura di circa 10mila miliardi di dollari il proprio valore portandolo a oltre 22mila miliardi (o trilioni, come amano dire negli Stati Uniti).

Dove forse la voce del presidente della Bce è arrivata in modo più diretto è sui titoli obbligazionari, ai danni dei quali proprio in quei giorni si stava nuovamente abbattendo la furia degli investitori. Calcolare il maggior valore complessivo in questo caso non è altrettanto immediato, utilizzando però gli indici Bloomberg Barclays che si riferiscono agli emittenti dei quattro principali Paesi dell’area (nell’ordine Francia, Germania, Italia e Spagna) si arriva comunque a una cifra superiore ai 1.500 miliardi di euro che approssima per difetto l’impatto sull’intera Eurozona.

LA SVOLTA SUI BOND
Valore di mercato delle obbligazioni collocate da emittenti residenti nei singoli Paesi europei. Dati in miliardi di euro. (Fonte: Elaborazione Il Sole 24 Ore su indici Bloomberg Barclays)

E non sorprende neppure rilevare che gli effetti siano stati proporzionalmente più significativi per i bond collocati in Italia e Spagna (rispettivamente +48% e +43%) rispetto a quelli di Francia e Germania: questo perché, allontanando lo spettro di una dissoluzione dell’euro, Draghi ha anche di fatto eliminato il rischio di una ridenominazione degli stessi bond in una nuova valuta che in quelle settimane gli investitori stavano iniziando a incorporare nei prezzi e nei rendimenti dei titoli governativi. Un valore di esempio per tutti? Il «famigerato» spread nei confronti del Bund tedesco valeva all’epoca del whatever it takes circa 500 punti base per i BTp e addirittura quasi 600 per i Bonos.

Euro e oro, l’altra faccia del discorso di Londra
Al contrario, ci sono anche attività finanziarie che hanno perso colpi dopo la svolta di Draghi. Fra queste occorre ricordare l’euro, che ai tempi valeva circa 1,21 dollari e che successivamente ha sfiorato la parità; e l’oro, che quotava 1.600 dollari l’oncia, oltre il 30% in più rispetto ai 1,250 di questi giorni. Occorre ammettere che le dinamiche del metallo giallo non dipendono certo in modo diretto dalle parole del presidente Bce e forse rispondono più alle prospettive di un mondo alle prese con un’inflazione bassa. Ci piace però pensare che, togliendo ossigeno alla speculazione ribassista e riducendo la percezione del rischio, Draghi abbia anche tagliato le gambe a una rincorsa poco giustificata ai beni rifugio.

Il peso del «quantitative easing»
Sulla valuta comune, non si può invece fare a meno di pensare che un suo deprezzamento non fa certo rima con una minore solidità e anzi è funzionale a una ripresa economica dell’Eurozona attraverso la maggior competitività delle sue imprese sui mercati internazionali. Soprattutto vale la pena di ricordare che il movimento significativo dell’euro si è avuto in realtà qualche anno dopo, quando cioè la Bce è passata dalle parole ai fatti tornando ad allargare il proprio bilancio attraverso le operazioni note come «quantitative easing». Ed è ovviamente con l’enorme liquidità iniettata attraverso i riacquisti di attività sul mercato che si sono ampliati gli effetti su azioni e soprattutto bond.

La pesante eredità
A cinque anni di distanza da quei giorni caldi, Draghi è ancora impegnato a calibrare le parole (che per gli investitori non hanno evidentemente ancora perso autorevolezza) nel tentativo di evitare di distruggere ciò che ha faticosamente costruito a partire dal discorso di Londra. L’espansione del bilancio Bce che è indirettamente conseguita dal quel pronunciamento e l’inondazione dei mercati di denaro fresco è destinata prima o poi necessariamente all’esaurimento. Guidare il mercato verso una sorta di atterraggio morbido resta più che mai una priorità.

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