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Ecco la top ten dell’industria italiana, in crescita…

R&S mediobanca sul manifatturiero nel 2016

Ecco la top ten dell’industria italiana, in crescita dell’1,6%

Grandi nell'ambito di un panorama industriale italiano che nel corso degli ultimi anni è stato impoverito dalla decisione di Exor di trasferire la sede legale in Olanda oltre che da operazioni di take-over straniero come nel caso di Pirelli e Italcementi - e in prospettiva di Luxottica quando sarà finalizzata l'integrazione a Essilor - ma piccole quando paragonate con i peer europee. E' questa in sintesi la fotografia che esce dall'annuario R&S che ha analizzato le performance dei top 10 gruppi manifatturieri del paese nel quinquennio 2012-2016.

I numeri sul fatturato
Nel complesso, i dieci big italiani (Fca Italy, Leonardo, Saipem, Luxottica, Prysmian, Parmalat, Fincantieri, Prada, Buzzi Unicem e Cofide) nel 2016 hanno fatturato 84 miliardi di euro, in crescita dell'1,6% rispetto all'anno precedente, ma il loro giro d'affari impallidisce quando confrontato con quello delle concorrenti europee.

A paragone, le top 10 tedesche hanno fatturato lo scorso anno quasi dieci volte tanto (767 miliardi), quelle francesi 327 miliardi e quelle del Regno Unito 180 miliardi. Posto che i top italiani sono sempre più statali e a controllo estero e sempre meno di imprenditori nazionali, appare evidente come il gap rispetto alla concorrenza straniera non solo non si sia ridotto in questi anni ma sia anzi cresciuto. Le top italiane hanno infatti segnato nel 2016 una crescita di fatturato del 5,1% sul 2012, più bassa di quella dei tedeschi (+11,9%), francesi (+6,6%) e britannici (+5,7%). I margini industriali sono in forte riduzione (-30,5%); calano, ma meno, anche quelli britannici (-5,8%), mentre crescono quelli francesi (+35,7%) e tedeschi (+21,9%). Colpisce anche la scarsa incidenza del fatturato delle big rispetto al pil nazionale, pari solo al 5,1%, percentuale che sale all'8,3% per le inglesi, al 14,7% per le francesi e al 24,4% per le tedesche.

Esportazioni e occupazione

Dalla ricerca dell'ufficio studi di Mediobanca emerge inoltre come le big italiane siano meno orientate alle esportazioni rispetto alle altre grandi d'Europa. Il fatturato generato dalle esportazioni è infatti pari al 76,8%, meno dell’85,8% francese e dell’83,2% tedesco. La quota di personale all’estero è invece pari al 65,7%, dietro la Francia con il 70,7% ma davanti alla Germania con il 59,1% che trattiene sul proprio territorio la quota maggiore di maestranze. Dal punto di vista dell'occupazione, i Top10 italiani fanno registrare la maggiore crescita degli organici (+7,2% sul 2012) ma questa creazione di posti è avvenuta soprattutto all’estero (+11,2%) mentre nel caso di Uk (+5,8%), Germania (+5%) e Francia (+1%) è prevalsa la componente domestica nell'aumento della forza lavoro.

La classifica della redditività netta

Le big italiane sono inoltre maglia nera nei margini e nella redditività netta. La top ten con i migliori margini industriali è quella inglese che nel 2016 segna un ebit margin del 18,4%, davanti a Francia (12,4%), Germania (8,8%) e Italia (3,2%). Sono ancora le Top10 britanniche a superare le altre per redditività netta (Roe): 23,8% contro il 13,7% delle tedesche e il 12% delle francesi. Ancora in fondo, e pure in rosso, le italiane con Roe negativo del 3%. Sul podio dei margini si collocano Luxottica (15,1% l’ebit margin), Prada (13,9%) e Buzzi Unicem (12,8%). Impietoso il paragone sulla divisione della montagna di utili (ben 400 miliardi) cumulati complessivamente dalle 40 top europee oggetto dell'indagine nel corso dei 5 anni in esame. Di questa somma, la metà (200 miliardi) è finita nelle casse delle big tedesche mentre 103 miliardi sono andati alle imprese inglesi e 96 a quelle francesi. Le italiane si sono spartite solo 4 miliardi in cinque anni, pari allo 0,9% del fatturato generato nello stesso periodo.

La struttura finanziaria
Per quanto riguarda la struttura finanziaria, i big italiani, come quelli tedeschi, continuano a dipendere in larga parte per i loro bisogni finanziari dal sistema bancario ma in questi anni di crisi hanno accelerato sulle obbligazioni, che sono passate dal 31% dei debiti finanziari nel 2012 al 51% nel 2016. I big italiani sono inoltre più liquidi, con un'incidenza della liquidità sull’indebitamento del 41,7%, che si paragona con il 36,6% dei peer francesi, il 23,6% dei britannici e il 13,4% dei tedeschi. I big italiani inoltre registrano il più basso tasso di investimento (6,2%), i tedeschi quello più alto (12,5%). Sono invece nettamente più capitalizzati rispetto alla concorrenza europea sebbene a questa performance concorrano quasi per la metà solo tre gruppi, Parmalat, Prada e Fca Italy.


La dicotomia pubblico-privato
Per quanto riguarda la dicotomia pubblico/privato, dall'analisi di Mediobanca emerge come il privato batta il pubblico per redditività industriale, con i margini in crescita del 7% nel 2016 sul 2015 per le aziende private a fronte di una contrazione del 6,7% per i gruppi pubblici. La supremazia è mantenuta dal privato anche per quanto riguarda occupazione, investimenti e dimensione internazionale mentre il pubblico si prende la rivincita in termini di solidità finanziaria e distribuzione di dividendi. Nel complesso, come spiegato dagli esperti di Mediobanca, la dimensione della grande aziende non appare nel dna dell'imprenditoria italiana che invece eccelle, spesso battendo la concorrenza straniera, nel settore delle medie aziende. Dall'analisi dei dati sembra emergere anche un deficit di capacità manageriale a livello delle big che scontano una gestione meno efficiente sia delle attività industriali vere e proprie che dell'aspetto finanziario ad esso connesso.

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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