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Banche Venete, «no» ai rimborsi agli azionisti

Il decreto

Banche Venete, «no» ai rimborsi agli azionisti

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Il decreto con la liquidazione ordinata delle banche venete passa “indenne” anche l’esame in commissione Finanze al Senato, e con il mandato al relatore (Mauro Marino, del Pd, presidente della commissione) approda in Aula dove entro questa mattina dovrebbe ottenere il voto finale con la fiducia. Niente da fare, come da previsioni, per i 203 emendamenti presentati in commissione, che hanno subito la stessa sorte degli oltre 600 correttivi della Camera. Nonostante i numeri non proprio solidi di Palazzo Madama, finora la navigazione è stata resa tranquilla dalla presenza massiccia dei deputati della maggioranza, accompagnata dalle defezioni dell’opposizione centrista e da qualche assenza di Forza Italia.

Questioni parlamentari a parte, il Senato sta confermando la blindatura del testo chiesta anche da Banca Intesa come condizione per portare avanti tutta l’operazione. Niente modifiche, quindi, sul sistema dei rimborsi e sulle sanzioni ai responsabili del dissesto, che continuano a rappresentare gli snodi più caldi del dibattito parlamentare.

A confermarlo anche i question time che, sempre ieri, sono stati dedicati al tema alla Camera. A Montecitorio il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha sostenuto l’impossibilità di estendere ai piccoli azionisti, azzerati dalla liquidazione, forme di rimborso finanziato con soldi pubblici. «Anche loro - ha detto il ministro - possono essere considerati vittime di comportamenti illeciti, ma chi compra azioni di una società assume un rischio elevato, che contempla la possibilità di perdere interamente l’investimento». Dedicare soldi pubblici anche a questo versante, ha argomentato il ministro, significherebbe «far pagare ai contribuenti che non sono in grado di effettuare alcun risparmio o investimento le scelte di altri contribuenti che hanno disposto di rendite e patrimoni più consistenti».

Le parole di Padoan offrono nei fatti una risposta preventiva ai correttivi che, come spesso capita in Parlamento, non essendo entrati nel testo sotto forma di emendamenti si sono trasformati in «impegni» scritti in mozioni e ordini del giorno. Assieme al decreto, infatti, ieri la commissione Finanze del Senato ha approvato tra gli altri un ordine del giorno del Pd che chiede al governo di costituire una «commissione di conciliazione» per distinguere gli investitori consapevoli da chi è stato spinto all’acquisto «senza avere le conoscenze adeguate». Un altro ordine del giorno, firmato da esponenti di Fi, Lega e Pd, punta a «misure finalizzate a tutelare i piccoli risparmiatori» che hanno comprato azioni di Popolare Vicenza o Veneto Bancaall’interno di vendite caratterizzate da «scarsa trasparenza», in cui sono state negate «le informazioni necessarie sul grado di rischio», e chiede di «prevedere un inasprimento delle pene» a carico dei responsabili del crack.

Su questo aspetto, problematico anche sul piano tecnico per l’irretroattività delle norme penali, il titolare dell’Economia chiude a possibili sviluppi: «Strumenti sanzionatori severi» esistono già, ha spiegato alla Camera, ribadendo «l’auspicio» che magistratura e autorità di vigilanza «li applichino nel modo più rigoroso e severo possibile».

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