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Svizzera, il vecchio paradiso ormai non esiste più

L'Analisi|analisi

Svizzera, il vecchio paradiso ormai non esiste più

La Svizzera del segreto bancario impenetrabile, porto sicuro per almeno 70 anni della finanza illegale italiana (evasione fiscale molta, proventi di malavita organizzata altrettanto se non di più) è defunta in tre tappe, e per precisa scelta politica interna. Il 28 settembre del 2012 la Confederazione ha approvato la legge federale sull’assistenza amministrativa fiscale in materia internazionale (Laaf), in vigore dal 1° gennaio 2013. Il 18 dicembre 2015 è stata poi la volta della temuta legge sullo scambio automatico di informazioni fiscali, in vigore dal 1° gennaio scorso e di cui l’Italia inizierà a beneficiare dal prossimo anno. A corredo, dal dicembre 2014 il codice penale svizzero, per adeguarsi alle raccomandazioni del Gafi - Gruppo di azione finanziaria internazionale - ha riconosciuto i reati fiscali (anche se commessi all’estero) come presupposto del riciclaggio. Traduzione: il mondo è cambiato e la Svizzera ha dovuto adeguarsi, per evitare il bando dalle piazze finanziarie internazionali, e soprattutto per uscire dalle black list commerciali altamente lesive degli interessi di una paese che è soprattutto “altro” - dalla farmaceutica al lusso, passando per il food e il turismo vip.

I primi a sfondare la maginot delle Alpi furono gli Usa, che alla fine del decennio scorso non ci pensarono due volte a mettere sotto scacco le banche, arrestando manager e spiccando multe miliardarie per i colossi della finanza rossocrociata accusati di aver aiutato evasori fiscali a stelle e strisce. Da lì in poi per la “vecchia” Svizzera non c’ è stata più partita, dapprima con l’adesione agli standard internazionali di trasparenza, poi con l’assalto delle amministrazioni fiscali di mezzo mondo. Se nel 2011 le domande di assistenza fiscale arrivate a Berna erano state 370 e nel 2015 2.700, lo scorso anno sono state più di 67.000, richiedenti Francia, Polonia, Svezia, Paesi Bassi, Croazia, addirittura la Spagna (gli Usa, guarda caso, sono usciti dalla classifica).

E l’Italia? Agevolata dalla congiuntura internazionale, nel 2015 il governo di Roma ha chiuso la partita svizzera con la prima legge sulla voluntary disclosure, “costringendo” Berna alla revisione degli accordi bilaterali fiscali che risalivano agli anni ’70, epoca d’oro degli spalloni e dei contanti in romanzesca fuga. Risultato, con la prima Vd sono riemersi “spontaneamente” 41,5 miliardi parcheggiati da Lugano in su (il 70% delle ricchezze “disclosate” all’estero). Tutto finito? Probabilmente no. Dieci giorni fa la Guardia di Finanza ha inoltrato una bulk request all’amministrazione federale sugli oltre 9.900 conti italiani cifrati a Zurigo dell’affaire Credit Suisse, segno che la prima campagna di rientro dei capitali non ha estinto il filone elvetico. Perché, e questo è il punto, nel vecchio fortino bancario a nord della Lombardia negli anni sono confluiti centinaia e centinaia di miliardi di euro, migliaia di miliardi di vecchie lire ma di natura molto eterogenea. Insieme al denaro in fuga dal fisco(reddito lecito che andava a sparire nel grigio di banche perfettamente consapevoli, fiduciarie corrive ecc) c’erano anche fiumi di soldi di natura criminale, denaro di origine illecita veicolato quasi sempre ma non solo da associazioni criminali, in cerca di ripulitura e di impieghi “para-leciti”.

Capire la Svizzera di oggi significa entrare in un groviglio lungo un secolo, pieno di contraddizioni ma ormai indirizzato in modo chiaro e univoco verso la compliance internazionale.

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