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Euro forte: ecco chi soffre di più (e chi guadagna) a Piazza…

l’impatto della valuta

Euro forte: ecco chi soffre di più (e chi guadagna) a Piazza Affari

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Non siamo ancora arrivati a quell’1,20 che secondo qualcuno rappresenta una sorta di «soglia di dolore» per il cambio euro/dollaro, un livello oltre il quale chi esporta negli Stati Uniti e in generale nel resto del mondo inizia a fare fatica e teme impatti significativi sui propri ricavi e margini. Non si può quindi parlare certo di allarme per le aziende quotate a Piazza Affari particolarmente esposte all’export, il tema però inizia a essere messo a fuoco dai manager e lo testimoniano i messaggi inviati qua e là al mercato nelle conference call con gli analisti che hanno accompagnato la pubblicazione delle semestrali di questi giorni, in Italia come nel resto d’Europa.

L'AVANZATA DELL'EURO
L'apprezzamento della valuta nei confronti del dollaro e su scala globale

Quel vento che ha spinto sicuramente in poppa alle aziende europee, almeno fino al primo trimestre del 2017, si è rapidamente trasformato prima in bonaccia e poi in una brezza contraria, che minaccia di farsi ancora più tesa e insistente nella seconda parte di quest’anno e nei primi mesi del prossimo, quando il confronto sull’esercizio precedente (caratterizzato da un euro che ha ripetutamente sfiorato la parità col dollaro) si farà da questo punto di vista ancora più penalizzante.

I segnali del Dax di Francoforte
Anche il mercato sembra timidamente aver preso coscienza di questo rischio, prova ne sia che a luglio (mese in cui la valuta europea si è apprezzata di quasi il 4%, raggiungendo i massimi da due anni e mezzo sul biglietto verde) l’indice Dax della Borsa di Francoforte ha fatto registrare la peggiore performance del Continente con un -1,7% per certi versi inusuale, se si pensa che nello stesso lasso di tempo il Ftse Mib di Piazza Affari è avanzato del 4,3 per cento.

I molteplici effetti della valuta
Valutare l’impatto dell’euro forte (o se preferite del dollaro debole) sulle società di casa nostra non è però operazione banale, anche perché il fattore cambio entra in diversi aspetti della vita aziendale e del bilancio. «Esiste un effetto immediato che deriva dalla traslazione in euro dei ricavi realizzati in dollari, che in questa fase di mercato è sicuramente penalizzante, ma vi sono anche conseguenze più difficilmente misurabili come la perdita di competitività sui mercati esteri e occorre considerare che le aziende possono pure trarre vantaggio quando sostengono costi denominati in dollari», osserva Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte Advisory e Gestione.

Le differenze settoriali
L’idea, insomma, è che non tutti soffrano alla stessa maniera. «Chi opera nel settore del lusso ha quote di ricavi significative all’estero, ma è in genere in grado di imporre maggiormente i propri prezzi e quindi di trasferire su questi ultimi l’effetto della svalutazione del dollaro», spiega per esempio Saitta. Di questa schiera sul listino milanese fanno parte Luxottica Group, Ferragamo e Tod’s, ma anche società come De’ Longhi e Geox. Al contrario, chi è impegnato in comparti dove la competitività sui prezzi di vendita è più serrata - come la cantieristica e l’impiantistica in genere - è destinato ad avere un impatto maggiore.


L'impatto dell'euro

Anche per questo motivo in testa alla potenziale classifica della sensibilità all’euro/dollaro stilata dagli analisti di Intermonte troviamo società che fino a questo momento hanno beneficiato del cambio, ma che potrebbero risentirne nel prossimo futuro, come Saras, Saipem ed Eni. E troviamo soprattutto StMicroelectronics, che ormai ha quasi l’intero fatturato denominato in dollari ma, avendo impianti localizzati principalmente in Europa, sostiene costi in euro. Non è detto che da qui a fine anno i profitti di queste società debbano necessariamente contrarsi, perché in questa fase la spinta della ripresa economica europea (fra l’altro, uno dei motivi alla base della forze della valuta comune) potrebbe sostenere un sostegno più che sufficiente, di certo però la loro situazione sarebbe ancora più rosea con il «superdollaro».

Chi «guadagna» con l’euro forte
Al contrario, esistono pure casi di società che, pur essendo esposte al dollaro, potrebbero beneficiare da un suo indebolimento proprio perché nel conteggio dei ricavi e dei costi che si sostengono in valuta estera questi ultimi sono preponderanti. «Cnh Industrial è di fatto una società che produce negli Stati Uniti ma vende anche in Europa - sottolinea Saitta - e anche la stessa Ovs trae vantaggio perché produce principalmente in Paesi emergenti la cui valuta ha un andamento in parte collegato a quello del dollaro». Paradossi valutari anche questi.

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