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Intesa, grandi acquisizioni finite con le Venete

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Intesa, grandi acquisizioni finite con le Venete

  • –Marco Ferrando

Il bonifico da 3,5 miliardi del Tesoro per Popolare di Vicenza e Veneto Banca, giunto proprio in chiusura del trimestre, ha fatto lievitare a 5,2 miliardi l’utile netto di Intesa Sanpaolo della prima metà dell’anno, riportato nella semestrale approvata ieri a Milano dal cda della banca. Ma è un effetto ottico, o prettamente contabile: la posta straordinaria è servita a ricapitalizzare gli asset acquisiti onde lasciare intatto il capitale della banca (non a caso pur a perimetro allargato il Common equity ratio è al 12,5%, in linea con il 12,7% di fine 2016), e dunque quella somma - come magari avrebbe auspicato qualche hedge abbagliato dall’ultima riga di bilancio - non si tocca. «Confermiamo il target di 3,4 miliardi dividendi sul 2017», ha detto ieri il ceo, Carlo Messina, tornando a ricordare poi che il monte cedole equivale a un dividend yeld tra i più alti del settore.

Al netto dei contributi pubblici, i profitti del primo semestre sono pari a 1,738 miliardi, con un apporto del secondo trimestre di 837 milioni, superiore alle stime degli analisti. Al giro di boa la metà del fieno è nei fatti in cascina, e nel secondo semestre - ha ricordato la banca - ci saranno gli 800 milioni di plusvalenza derivanti dalla cessione della piattaforma di negoziazione All funds, che nei fatti allungheranno la coperta.

«Voglio usare la seconda parte di quest’anno per creare le condizioni per una redditività ancora migliore nel nuovo business plan», ha detto il manager presentando i conti agli analisti, e qui in molti hanno letto un riferimento a politiche ancora estremamente conservative sul fronte degli accantonamenti anche in vista delle novità sugli Ifrs9. E sempre a proposito del nuovo piano, Messina ha puntualizzato che «non ci sarà alcun progetto di acquisizione, neanche nel wealth management»: è un tassello in più, e non irrilevante, del cantiere che nei prossimi mesi entrerà nel vivo in Ca’ de Sass. A maggior ragione con l’acquisizione delle venete, il nuovo piano d’impresa sarà focalizzato sulla crescita interna e sull’ulteriore valorizzazione di tutte le attività commissionali, che già oggi valgono il 44% dei proventi operativi netti: nel semestre hanno toccato i 3,75 miliardi (+5,8%) e ormai si pongono stabilmente al di sopra del contributo del margine d’interesse (3,6 miliardi, in calo dell’1,8% ma in crescita dell’1,5% escludendo la svalutazione della moneta egiziana). Nei primi sei mesi i flussi netti del risparmio gestito hanno superato i 10 miliardi, terza miglior performance in Europa dopo Pimco e BlackRock, e ora con l’ingresso dei due milioni di clienti delle due ex popolari venete la dote potenziale si allargherà di 100 miliardi, tra depositi, bond e prodotti di asset under management collocati sotto le passate gestioni.

Altro tema, il credito. Quello buono cresce (25 miliardi le nuove linee a medio-lungo periodo erogate in sei mesi a famiglie e imprese italiane, il 6,5% in più del 2016) e quello cattivo si riduce: il flusso lordo di crediti deteriorati provenienti da in bonis è sceso a un miliardo nel trimestre (il 14% in meno del periodo gennaio-marzo). Ma anche qui si vede traccia dell’ingresso delle Venete, rigorosamente ripulite dalle sofferenze (con la possibilità di retrocedere per quattro anni eventuali “sorprese”): l’ingresso di 30 miliardi di crediti in bonis ha consentito di allargare il denominatore a parità di numeratore rispetto all’Npe ratio (cioè la quota di sofferenze sul totale impieghi), che così si colloca al 7,1% netta, rendendo più vicina la meta del 6% pattuita con Bce per fine 2019; per centrarla gli Npl vanno ridotti di altri 12,5 miliardi dopo i 3,5 miliardi già smaltiti nel primo semestre.

Nel trimestre, intanto, è continuato lo stillicidio di Atlante: dei 742 milioni versati, ormai la svalutazione è pari a 676 milioni, di cui 188 in questo ultimo quarto.

Ieri il titolo Intesa ha chiuso a +0,14%, a quota 2,91 euro.Tra i primi commenti, si segnala quello di David Herro, capo degli investimenti del fondo Usa Harris Associates, che ha definito la banca «solida e sottovalutata».

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