Finanza & Mercati

Vivendi risponde a Consob: «Non controlliamo Telecom»

governance

Vivendi risponde a Consob: «Non controlliamo Telecom»

Vivendi resta ferma sulla sua posizione. «Non controlliamo Telecom», ha risposto alla Consob che l’ha interpellata a riguardo, chiedendo la collaborazione dell’Amf, l’omologa Autorità di mercato francese. E con ieri è scaduto anche il termine ultimo per inoltrare la notifica al Governo relativa alla normativa sul golden power.

Il gruppo guidato da Vincent Bollorè con i suoi legali (la pratica è seguita da Filippo Modulo dello studio Chiomenti) non ritiene che basti esercitare l’attività di direzione e coordinamento per innescare la procedura e il vaglio del golden power. Ciò detto il comitato governativo per i poteri speciali proseguirà l’istruttoria, come pure la Consob - che ha ancora in corso l’ispezione in Tim - farà le sue valutazioni. A questo punto dovrebbe essere tutto rinviato alla ripresa dell’attività dopo la pausa estiva, considerato che anche Telecom per le prossime due settimane chiude i battenti.

Vivendi, dunque, «conferma di non esercitare alcun controllo di fatto ai sensi dell’articolo 93 del Testo unico della finanza e dell’articolo 2359 del codice civile». Per il codice civile c’è il controllo societario quando: 1) una società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria; 2) se dispone di voti sufficienti per esercitare un'influenza dominante nell'assemblea ordinaria; 3) se dispone di un’influenza dominante in virtù di particolari vincoli contrattuali con la controllata. L’articolo 93 del Tuf integra questa definizione, aggiungendo il caso in cui un soggetto abbia il diritto, in virtù di un contratto o di una clausola statutaria, di esercitare un'influenza dominante; e il caso in cui un socio, tramite accordo con altri soci disponga da solo di voti sufficienti a esercitare un'influenza dominante nell'assemblea ordinaria. Il controllo di fatto di Vivendi su Telecom, riconosciuto dalla direzione concorrenza della Ue (e condizionato all’impegno a far cedere da Tim la quota in Persidera, la società dei canali tv per il digitale terrestre), non fa testo a riguardo trattandosi di una valutazione sul piano antitrust.

Dunque, le argomentazioni di Vivendi, contenute nel comunicato richiesto da Consob, si concentrano in particolare sull’aspetto delle maggioranze assembleari, mentre non c’è alcun cenno alla parte più criptica delle norme che fa riferimento a vincoli contrattuali. La partecipazione detenuta dalla media company transalpina, pari al 23,94% del capitale ordinario - sottolinea la nota - «non è sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di un’influenza dominante sulle assemblee dei soci». In tutte le assemblee dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, «emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie».

L’avvio dell’attività di direzione e coordinamento - dichiarata dal presidente esecutivo di Telecom, nonchè ceo di Vivendi Arnaud de Puyfontaine, di cui il consiglio ha preso atto nella riunione del 27 luglio - è invece spiegata ai sensi dell’articolo 2497-bis del codice civile con riferimento alle circostanze che sono state dettagliate da Tim nel comunicato chiesto da Consob la scorsa settimana e cioé: l’innesto di un top manager di Vivendi come direttore operativo, Amos Genish (che era chief convergence officer nel gruppo parigino), e il progetto di formare una joint venture nei contenuti con Canal plus. Un’attività che, sostiene Vivendi, «non può essere considerata quale evidenza della sussistenza di una posizione di controllo di fatto» ai fini civilistici, mentre le norme riguardanti direzione e coordinamento «sono finalizzate a definire e ad assicurare adeguata evidenza dei doveri e delle responsabilità derivanti dall’esercizio fattuale, da parte di un socio, di un’attività imprenditoriale e di direzione a livello manageriale».

Per le regole italiane questo sarebbe sufficiente a far scattare l’obbligo di consolidamento, con la conseguenza che Vivendi dovrebbe accollarsi contabilmente gli oltre 30 miliardi del debito di Telecom. Ma Vivendi ha sede a Parigi e, come ricorda la nota, nell’ultima relazione finanziaria - quella relativa al primo trimestre, pubblicata l’11 maggio scorso e dunque prima dell’avvio dell’attività di direzione e coordinamento - aveva spiegato di non ritenere di « avere il potere di governare le politiche finanziarie e operative di Telecom Italia», in conformità al principio contabile internazionale IFRS 10. Il comunicato conclude assicurando che con la pubblicazione della semestrale «il mercato francese e quello italiano saranno debitamente informati nell’ipotesi in cui dovesse essere assunta da Vivendi una valutazione diversa», che però «al momento non è attesa».

© Riproduzione riservata