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Barili dispersi, l’Aie risolve il mistero (ma all’Opec non…

petrolio e statistiche

Barili dispersi, l’Aie risolve il mistero (ma all’Opec non piacerà)

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Rieccoli i «missing barrels», i barili di petrolio dispersi. L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) li ha appena ritrovati: sono quasi 230 milioni di barili, che si credevano consumati in Asia tra il 2015 e il 2016 e che invece sono finiti – anche quelli – a gonfiare le scorte. Una pessima notizia per l’Opec, che sta cercando (peraltro con difficoltà crescenti nel mantenere la disciplina interna) di forzare lo smaltimento dell’eccesso di produzione degli anni passati.

Errori statistici
La storia dei barili dispersi  è una vecchia ossessione degli analisti petroliferi, costretti a macinare dati con un alto margine di errore. La statistica non è una scienza esatta. E lo è ancora meno quando si ha a che fare con un mercato su scala globale, che presenta enormi sacche di opacità. Nemmeno i dati che arrivano dagli Stati Uniti si possono prendere come oro colato: la produzione americana di greggio, ad esempio, per problemi di metodologia viene stimata in modo grossolano su base settimanale e poi regolarmente corretta su base mensile (di recente con pesanti revisioni al ribasso, che insinuano qualche dubbio sulla reale forza dello shale oil).

Il vero problema però sono i Paesi emergenti, che producono e consumano enormi quantità di greggio, ma fornisono dati statistici frammentari, poco puntuali e molto spesso imprecisi. Si tratta di una fonte di errore (errore statistico, beninteso) davvero gigantesca per l’Aie, che nelle sue tabelle di bilancio tra domanda e offerta è stata costretta a inserire la linea “Miscellaneous to balance”, dove finiscono tutti i barili che non riesce a vedere: quelli che risultano estratti, ma non consumati, né stoccati e nemmeno in transito negli oleodotti o su petroliere. Barili dispersi.

Che ce ne fossero tanti era noto: aveva fatto discutere il fatto che nel 2015 si fossero spinti fino a 800mila barili al giorno, un record dal 1998, altro periodo di crollo dei prezzi del greggio, durante il quale i missing barrels erano addirittura diventati un caso politico negli Usa: il General Accounting Office (Goa) fu incaricato dal Senato di condurre un’indagine formale e concluse che non c’era nulla di sospetto. Un anno dopo emerse che i barili erano stati stoccati in Paesi non Ocse.

Mistero svelato
La soluzione al mistero oggi sembra essere la stessa. I barili dispersi potrebbero essere finiti in un primo momento nel conto dei consumi. Ma dopo aver finalmente ottenuto dati più precisi, l’Aie ora si è resa conto di aver sovrastimato la domanda di alcuni Paesi emergenti. L’errore è stato particolarmente rilevante per Indonesia, Malaysia e Iran, meno per la Cina (sottoposta a revisione anche perché l’Aie ha modificato la metodologia di raccolta dati), mentre per l’India e l’Arabia Saudita la stima era stata sbagliata per difetto.

L’impatto delle revisioni sulla domanda globale è comunque pesante: un taglio di 200mila bg per il 2015 (a 94,8 mbg) e di ben 425mila bg per il 2016 (a 96,1 mbg). Ovviamente il cambio della base di calcolo costringe a modificare anche le stime per gli anni successivi. Ma i consumi si stanno dimostrando così robusti da aver spinto l’Aie a migliorare le previsioni sulla crescita della domanda, che in fondo è ciò che interessa davvero al mercato: l’incremento sarà di 1,5 mbg nel 2017 e di 1,4 mbg nel 2018. I produttori di petrolio, afferma il rapporto mensile dell’Agenzia, dovrebbero «trarre incoraggiamento» da questa revisione al rialzo.

Opec in difficoltà
Le cose per l’Opec si stanno però complicando. La disciplina nei tagli è scesa al 75% in luglio e la produzione di shale oil continua a salire, tanto che l’Aie si aspetta che l’offerta di greggio torni a superare la domanda nel trimestre in corso. E con la revisione ai dati sull’Asia le scorte sono in realtà più grandi di quanto si pensasse (anche se la discesa è cominciata).
L’Agenzia insiste che il mercato si sta davvero riequilibrando. Ma se si vuole mantenere questa tendenza, avverte, l’Opec e i suoi alleati nei tagli «devono convincere il mercato che sono impegnati tutti insieme. Non è del tutto chiaro che oggi sia così».

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