Finanza & Mercati

Risparmio, Pir a quota 5 miliardi. Ecco le opportunità e i rischi

Investimenti e crescita

Risparmio, Pir a quota 5 miliardi. Ecco le opportunità e i rischi

Disegno di Umberto Grati
Disegno di Umberto Grati

A poco più di metà anno, hanno già abbondantemente superato le previsioni dello stesso ministero dell’Economia. I Pir, cioè i Piani individuali di risparmio che permettono alle famiglie di investire anche nelle Pmi italiane, secondo gli ultimissimi dati di Via XX Settembre hanno quasi raggiunto i 5 miliardi di euro di raccolta. Rendendo credibile l’obiettivo di 10 miliardi entro fine anno. Tantissimo, considerando che a gennaio lo stesso ministero sperava di arrivare a 16-18 miliardi in ben 5 anni. E gli effetti si vedono sul mercato: dato che i Pir sono obbligati a investire il 21% in piccole e medie imprese, all’Aim (il listino di Borsa Italiana dove sono quotate proprio le Pmi) gli scambi quest’anno sono aumentati del 517%. E le quotazioni sono salite del 21%, con società che hanno superato il 300% di performance. Tanto che Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, può permettersi di dire: «Abbiamo creato un mercato».

Eppure dietro lo scintillio di un fenomeno finanziario andato ben oltre le aspettative, non pochi osservatori vedono rischi, per ora latenti. Ma, data l’importanza di questo strumento (che ha il nobile obiettivo di dare alle Pmi italiane un canale alternativo per raccogliere capitale o debito), si tratta di pericoli da non sottovalutare: il rischio che tra le small cap di Piazza Affari si crei una bolla speculativa; che le elevate commissioni applicate da alcune banche sui Pir vadano a ridurre o addirittura annullare il beneficio fiscale; che alcune banche mettano nei Pir titoli poco affidabili. Ascoltando esperti, analizzando dati e confrontandosi proprio con chi al Mef ha creato i Pir, Il Sole 24 Ore ha cercato di esplorare i possibili punti dolenti.

Rischio bolla?

I Pir sono veicoli d’investimento che permettono alle famiglie italiane di far arrivare un po’ di risparmi dove servono: cioè nelle piccole e medie imprese. In Italia il risparmio è sempre stato investito in titoli di Stato oppure all’estero, lasciando asfittico il mercato azionario domestico: questo ha sempre penalizzato le imprese. Creando uno strumento d’investimento ad hoc, con un incentivo fiscale consistente, il Mef sta cercando dunque di porre rimedio all’handicap.

Il punto è che i Pir, grazie proprio all’aiuto fiscale e all’aggressiva politica commerciale di molte banche, stanno forse raccogliendo più soldi di quanti i piccoli listini italiani siano attualmente in grado di ricevere. Questo preoccupa più di un addetto ai lavori: se troppi soldi arrivano su mercati piccoli, il rischio che prima o poi si crei una bolla speculativa esiste. È vero - come sottolinea Francesco Carloni, amministratore delegato di Duemme Sgr - che «i Pir investono solo il 21% in titoli non inclusi nell’indice principale di Borsa Italiana, per cui anche se arrivassero a 10 miliardi di raccolta su Aim e Star si riverserebbero non più di 2 miliardi». Ma è anche vero che le performance stellari di alcuni titoli non sono da sottovalutare.

Una stima di Intermonte Advisory e Gestione quantifica del resto in circa 111 miliardi di euro la capitalizzazione delle aziende quotate italiane nelle quali i fondi Pir possono investire. Se le stime che al momento si rincorrono sugli afflussi previsti nell’arco dei primi cinque anni dovessero essere poi confermate, considerando la quota di questo denaro destinata all’equity si può ragionevolmente pensare che i fondi potrebbero arrivare a detenere in media una cifra vicina al 30% del flottante delle small e mid cap di Piazza Affari.

Già adesso, spulciando fra gli azionisti di molti dei titoli di piccola e media taglia del listino milanese, ci si può imbattere in società di investimento particolarmente attive sui Pir come Lyxor (la divisione Etf del gruppo SocGen) o come la Banca centrale norvegese, che detengono partecipazioni vicine all’1%: una cifra destinata necessariamente a crescere, con l’evidente rischio di fenomeni distorsivi, se la platea delle aziende quotate non dovesse allargarsi in modo significativo.

L’unico modo per aggirare questo rischio è in effetti semplice: aumentare il numero di società in Borsa. Il meccanismo dei Pir diventerà virtuoso solo se un numero crescente di aziende, anche di medie dimensioni, approderà al mercato di Borsa per raccogliere capitale. Ad oggi, però, questo sta accadendo soltanto in parte: su Aim nel 2017 si sono già quotate 16 nuove aziende, ma è ovvio che tutto questo non sia sufficiente.

Sul mercato qualcuno chiede incentivi fiscali per la quotazione, per esempio la deducibilità delle spese di collocamento. Fabrizio Pagani del Mef, creatore dei Pir, non crede però che questo incentivo avrebbe grande successo: «I costi di quotazione sono bassi - osserva - più che altro bisognerebbe semplificare le procedure». Il Mef sta comunque vagliando la possibilità di fare qualcosa «per convincere gli imprenditori ad aprire il capitale». Il tavolo, dunque, è sempre aperto. Anche se per Pagani «aprire il capitale» non significa solo facilitare lo sbarco a Piazza Affari: «La liquidità va canalizzata anche sui fondi di private equity - sostiene - facendo investire i Pir su questo strumento».

Altro tema strettamente legato alla qualità e affidabilità dei titoli oggetto di investimento è la copertura che questi hanno da parte degli analisti finanziari. Sempre secondo Intermonte, solo una società su quattro tra quelle in cui possono investire i Pir è seguita da almeno 3 broker, il 35% del paniere ha al massimo due stime aggiornate e per ben il 41% (cioè oltre 100 società) non è possibile reperire neppure uno studio aggiornato negli ultimi 6 mesi: un quadro sconfortante, insomma. Conseguenza diretta - secondo Guglielmo Manetti, vicedirettore generale di Intermonte Advisory e Gestione - «del massiccio disinvestimento da parte delle case di ricerca globale sull’Italia negli ultimi anni e dell’atteggiamento “mordi e fuggi” di molte investment bank», ma soprattutto un problema difficile da risolvere «perché la ricerca è costosa».

Il nodo delle commissioni

Affinché lo strumento dei Pir abbia successo è necessario poi che i risparmiatori restino soddisfatti del loro investimento. Per questo è necessario soprattutto che nessuno si approfitti della «moda» per applicare commissioni un po’ troppo esose, tali da ridurre o addirittura in certi casi annullare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Come si vede nella tabella a fianco, le commissioni sui Pir sono molto varie. In alcuni casi - secondo l’elaborazione di AdviseOnly sui dati di Morningstar - si può arrivare fino al 6% per le sole spese di sottoscrizione.

Possono dunque le commissioni arrivare ad annullare il beneficio fiscale dei Pir? Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un Pir e un fondo non-Pir entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i Pir secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-Pir), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del Pir arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del Pir verrebbe annullato rispetto al fondo non-Pir. E se la performance fosse del 10%, sarebbe necessaria una commissione del 3,2% per “uccidere” fiscalmente il Pir. «Io credo che la concorrenza aumenterà tra i Pir, per cui le commissioni si adegueranno», profetizza Carloni di Duemme. Non resta che attendere.

© Riproduzione riservata