Finanza & Mercati

Il portafoglio virtuale può bypassare la tracciabilità

In primo piano

Il portafoglio virtuale può bypassare la tracciabilità

  • – di Ranieri, Razzante

I pagamenti attraverso piattaforme di messaggistica sono ormai realtà. Ma questa innovazione porta con sé anche una serie di criticità.

Tra i primi nodi da affrontare c’è quello della tracciabilità. Nessun problema se le operazioni sono agganciate a un numero di conto corrente e/o carta di credito, sia dell’ordinante che del beneficiario. Diverso se queste società /piattaforme social creano dei wallet virtuali da esse gestiti, magari dietro corrispettivo di commissione, che eliminerebbero ogni punto di identificazione dell’ordinante e del beneficiario. Per fare questo, secondo la normativa Ue sui sistemi di pagamento e secondo quella sulla prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, gli operatori devono costituire un Isp (Istituto di pagamento), con sede nella Ue, ma che può operare in tutti gli Stati dell’Unione con la medesima autorizzazione.

E qui si pone il vecchio problema dell’autorizzazione ottenuta in Paesi che possono adottare sistemi più “permissivi”.

L’applicazione, però, delle regole antiriciclaggio sull’identificazione dei soggetti interessati dovrebbe essere garantita, fermo restando che l’identificazione stessa - laddove avvenga attraverso esercizi e soggetti convenzionati per le carte - potrebbe incorrere nelle difficoltà poste dall’attuale normativa, appena modificata, che devolve a questi soggetti oneri pesanti secondo modalità tutte da chiarire.

Se invece si creasse un’identità social falsa, con depositi in wallets virtuali, magari dopo aver acquistato moneta virtuale, che venissero utilizzati per trasferire o ricevere da chi si nasconde dietro un nickname, sarà certamente difficile arrivare a tracciare movimenti di valuta e averne contezza.

Tuttavia, già da ora, anche qualora queste transazioni dovessero essere appoggiate a conti, ipotizziamo esteri, non sarebbe facile per le autorità del nostro Paese risalire ai dati di chi e da dove abbia fatto queste transazioni.

Non dimentichiamo che Facebook, cui Whatsapp appartiene, ha sede legale in California e opera secondo le leggi dello Stato di residenza legale. Già ora i nostri inquirenti ricevono spesso dinieghi alle richieste di accesso ai dati di possessori di profili Facebook perché garantiti da legge californiana. Si può ipotizzare che la difficoltà di accesso sarà la medesima per identificare soggetti, magari entrambi italiani, che però operano su piattaforma che segue leggi di uno stato federato statunitense; lo stesso vale nel caso di piattaforme con sede legale in Paesi terzi. Le stesse difficoltà sono registrate spesso dalla Uif. Le nostre Autorità, tra le più preparate e attente a questi profili dei mercati finanziari, stanno approfondendo i contenuti e i potenziali sviluppi di questo comparto, che potrebbe veicolare facilmente fondi di illecita provenienza o destinazione.

© Riproduzione riservata