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Le tentazioni «fai da te» dei colossi

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Le tentazioni «fai da te» dei colossi

Un primato mondiale forse meno conosciuto di altri, ma indiscusso: quello della filiera dell’occhialeria italiana del medio e alto di gamma. Grandi aziende che lavorano in sinergia con Pmi, laboratori artigianali e fornitori high tech di lenti e componenti vari in materiali di nuova generazione.

Su tutti svetta Luxottica-Essilor. O meglio, svetterà: la fusione tra l’azienda fondata da Leonardo Del Vecchio e il gigante francese che domina il mercato delle lenti, deve ancora avere il via libera definitivo dei regolatori europei. Poi c’è Safilo (si veda l’articolo in pagina), seguita da De Rigo e Marcolin, tutte aziende nate e tuttora basate nel Bellunese, come Luxottica. Nel 2016 la filiera dell’occhialeria made in Italy ha raggiunto un nuovo record di export: 3,579 miliardi, in crescita del 3,6% sul 2015 e pari a circa il 90% della produzione (3,697 miliardi, il 3,7% in più rispetto all’anno precedente). Il settore conta poco meno di 900 aziende e dà lavoro direttamente a oltre 17mila persone.

A partire dagli anni 80 (pioniere fu, come in molti altri campi, Giorgio Armani), la moda comprese che gli occhiali potevano essere parte integrante di un look, di uno stile, dell’immagine di un marchio. Ma disegnare, produrre e distribuire occhiali è mestiere diverso dal creare e vendere abiti e accessori. Da qui la necessità – come è successo nella cosmetica – di rivolgersi a professionisti e stringere accordi di licenza. Le vendite di montature da vista e da sole sono costantemente cresciute, di pari passo con le royalties incassate da marchi della moda e del lusso (difficile trovare oggi un brand di una certa notorietà che non abbia una linea di occhiali e/o di profumi). Complice la crisi dei consumi, che in certa misura ha toccato persino il lusso, in molti hanno pensato di cambiare modello di business, abbandonando la licenza classica.

Apripista è stato Kering, secondo gruppo del lusso al mondo dopo Lvmh, che nel 2014 annunciò la nascita della divisione Kering Eyewear, affidata a Roberto Vedovotto, ex ceo di Safilo. La pipeline degli occhiali non ha icicli tipicamente lunghi di quella dell’automotive, ma ha bisogno dei suoi tempi. La prima collezione Gucci fu presentata nel 2016 e ora Kering Eyewear segue molti altri brand del gruppo, da Bottega Veneta a Stella McCartney e i primi risultati sono incoraggianti: nel primo semestre 2017 il fatturato della divisione è arrivato a 162 milioni.

Leggermente diversa la scelta di Lvmh, da sempre cauta con le licenze. Nel febbraio scorso il colosso francese del lusso ha siglato una joint venture con Marcolin per creare una società che si occupi della creazione e produzione degli occhiali di alcuni brand del portafoglio Lvmh, che include, oltre naturalmente a Louis Vuitton, decine di altre maison italiane e francesi. Anche Richemont sembra voler cambiare approccio, cominciando dal suo marchio di punta, Cartier. In marzo il colosso svizzero, leader nell’alta gioielleria e orologeria insieme al gruppo Swatch, ha affidato a Kering Eyewear la licenza delle sue montature-gioiello.

Altro elemento che potrebbe innescare nuove mosse sul risiko dell’occhialeria è la tecnologia, in particolare quella delle lenti, dove i margini per la ricerca&sviluppo sono enormi. Poi esiste la possibilità di creare “occhiali intelligenti”, che si inseriscano nel filone della wearable technology. Google ci ha provato nel 2014, proponendo al grande pubblico la realtà aumentata dei suoi Glass. E ha fatto uno dei rari flop della sua storia. Ma sbagliando s’impara: i Google Glass 2.0 sono pensati per proteggere gli occhi di chi lavora nelle grande fabbriche. E che dell’estetica, giustamente, se ne infischia.

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