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Samsung, lo scandalo blocca il riassetto

il leader del gruppo condannato per corruzione

Samsung, lo scandalo blocca il riassetto

Il vicepresidente di Samsung  Lee Jae-yong portato via dalla polizia dopo il verdetto (LaPresse)
Il vicepresidente di Samsung Lee Jae-yong portato via dalla polizia dopo il verdetto (LaPresse)

TOKYO - Un grave danno di immagine per il principale gruppo industriale sudcoreano e un punto interrogativo sulle sue strategie a lungo termine, in relazione alla delicata transizione in corso ai vertici societari: la condanna a cinque anni di carcere per il vicepresidente e leader di fatto del gruppo Samsung, il 49 enne Lee Jae-yong – più 4 anni ad altri due alti dirigenti – manda in stallo la formalizzazione della successione dinastica alla guida del gruppo, il cui patron Lee Kun-hee è da tre anni fuori causa dopo un grave attacco cardiaco.

Il suo figlio 49enne – considerato l’uomo più potente del Paese – è stato riconosciuto colpevole di corruzione e altri reati, in relazione ai rapporti con l’ex presidente (destituita) Park Geun-hye: tangenti a una amica della Park – Choi Soon-sil, l’«anima nera» al centro dello scandalo politico-affaristico - in cambio del voto favorevole di entità pubbliche a un controverso maxiriassetto tra società del gruppo Samsung (C&T e Cheil Industries) dal quale il potere della famiglia Lee è uscito rafforzato.

Definito come «il processo del secolo» dalla stampa locale, il procedimento contro Lee (detto anche Jay Y) finirà sicuramente per influire su quello contro l’ex presidente Park, che dovrebbe concludersi in ottobre: un punto fermo nella stagione in stile «Mani Pulite» che ha scosso l’intero Paese, stanco dei rapporti opachi e collusivi tra la politica e i grandi conglomerati. Se in passato è successo più volte che i capi dei «chaebol» finiti sotto bufere giudiziarie (Lee Kun-hee compreso, per fondi neri ed evasione fiscale) abbiano ottenuto la sospensione della pena e la grazia presidenziale con l’argomento di «evitare danni all’economia», questa prospettiva appare oggi ben più difficile: il nuovo presidente Moon Jae-in è stato eletto su una piattaforma di cambiamento, tra promesse di ridimensionare il potere esorbitante dei «chaebol».

Lee può ancora sperare nel processo di appello: i suoi legali hanno immediatamente annunciato il ricorso contro la sentenza, peraltro assai più mite delle richieste della procura (12 anni). Lee ha sostenuto di non aver avuto una reale conoscenza dei fatti addebitati (le donazioni erogate o promesse per decine di milioni di dollari alla Choi) e ha negato uno scambio diretto di favori con il governo, mentre un altro dirigente si è preso buona parte delle colpe. Ci sono stati casi di capi di chaebol (come quello del gruppo SK) che hanno continuato a pilotare l’azienda anche dal carcere. Il fatto che la leadership di Lee non sia stata ancora formalizzata (per rispetto al padre ancora in vita, secondo le usanze coreane) rende tutto più difficile. Un lungo periodo di «purgatorio» appare verosimile per l’ancora relativamente giovane Lee, anche se la pena dovesse essere ridotta.

Per la prima volta Samsung non ha un membro della famiglia fisicamente nel top management, mentre il gigante industriale sudcoreano è chiamato a scelte strategiche molto delicate, anche al di là del core business degli smartphone, dell’elettronica di consumo e dei chip (guidato oggi da distinti Ceo), in direzione di una maggiore diversificazione verso business potenzialmente promettenti.

Va tuttavia sottolineato che finora il colosso sudcoreano è riuscito a superare in modo convincente una improvvisa doppia crisi: non solo l’arresto a febbraio del suo leader di fatto, ma anche il flop tecnologico-commerciale del Galaxy Note 7 ritirato dal mercato verso la fine dell’anno scorso in quanto a rischio di incendio: la capofila Samsung Electronics è reduce da risultati record sia in bilancio (nell’ultimo trimestre ha superato Apple in redditività, incamerando 9,9 miliardi di dollari di utili netti), sia in Borsa.

Il suo titolo ha beneficiato anche di una più generosa politica sui dividendi, anche se i vertici hanno respinto la richiesta di alcuni fondi attivisti di minoranza escludendo il passaggio a una struttura di holding. Potrebbe però non essere detta l’ultima parola, specie se le vicende giudiziarie di Lee dovessero portare a una governance meno condizionata dalla famiglia. Le prospettive tecniche del titolo, insomma, non dovrebbero essere intaccate in modo sostanziale, tanto più se il nuovo prodotto di punta presentato nei giorni scorsi – il Note 8, antagonista dell'iPhone 8 in arrivo – dovesse riscontrare il successo che le sue innovative caratteristiche lasciano presagire. Ieri, comunque, le azioni di Samsung Electronics hanno perso oltre l'1%. «Non credo che l’assenza di Lee porti a una crisi di management a breve, ma cresceranno le incertezze sulla successione ereditaria - osserva Park Sang-in, docente alla Seoul National University - Il che moltiplicherà le pressioni pubbliche anche su altri conglomerati, perché questo tipo di processi diventi finalmente trasparente».

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