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L’impatto dell’euro forte sulle strategie per l’inflazione

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L’impatto dell’euro forte sulle strategie per l’inflazione

Mancava soltanto l’euro forte a complicare il quadro già abbastanza intricato della Banca centrale europea alle prese con l’elaborazione di una strategia di uscita dal suo «quantitative easing». Il rafforzamento della valuta comune ha assunto un ruolo di primo piano nei pensieri dei banchieri dell'Eurotower. Tanto da meritarsi più di un riferimento nel corso dell’ultima riunione di luglio, come hanno evidenziato i verbali pubblicati la scorsa settimana.

Il consiglio guidato da Mario Draghi ha espresso preoccupazione per l’apprezzamento dell’euro e ancora di più per possibili reazioni eccessive (overshooting) dei mercati legate anche alla comunicazione della Bce stessa. In queste parole molti osservatori hanno voluto scorgere un riferimento al discorso tenuto dallo stesso Draghi a Sintra due mesi fa: malinterpretate che fossero, le parole del numero uno dell’Eurotower hanno avuto un certo impatto sui listini, euro compreso. Da allora il cambio si è rafforzato di oltre il 5% nei confronti del dollaro e del 3% su scala globale, creando quindi più di un grattacapo dalle parti di Francoforte.

LA CORSA DELL’EURO

Visto con gli occhi di chi deve condurre le leve della politica monetaria, un apprezzamento dell’euro esercita infatti un effetto restrittivo e, ciò che più conta per la Bce e per il mandato che le è stato affidato, ha un impatto negativo sul tasso di inflazione dell’area. Un problema in più, insomma, per chi ormai da anni sta tentando con tutti i mezzi di risollevare l’indice dei prezzi al consumo portandolo il più vicino possibile al 2 per cento. Di questo si è accorto anche il mercato stesso, visto che le aspettative a medio lungo termine sull’inflazione europealanguono da tempo poco sopra l’1,5 per cento.

Quale sia il reale effetto dell’euro sulle dinamiche dei prezzi interni non è facile da stabilire con immediatezza e da anni gli analisti si esercitano su simili calcoli, anche quelli della Bce. Tre anni e mezzo fa lo stesso Draghi ebbe a dire che un aumento permanente del tasso di cambio effettivo (quello calcolato dalla stessa Bce pesando le valute dei 38 principali partner dell’Eurozona) si poteva tradurre in una riduzione dell’indice dei prezzi al consumo di 40 o 50 centesimi.

Applicando in modo meccanico un regola simile e tenendo presente che rispetto a inizio anno l’euro si è apprezzato su scala globale di oltre il 5 % si potrebbe pensare a un impatto sull’inflazione nell’ordine dei 2-3 decimi di punto. Tutto questo varrebbe però tenendo ferme tutte le altre variabili economiche, ma la situazione attuale è tuttavia decisamente differente da quella del 2014: la ripresa economica è in accelerazione in tutti i Paesi e il fatto che i maggiori progressi si vedano sul fronte interno piuttosto che sull’export rende l’area euro meno vulnerabile a shock esterni, compreso un apprezzamento della valuta.

Per questo motivo è plausibile che l’impatto sia questa volta più limitato, anche se comunque significativo. Nel corso del prossimo consiglio in programma il 7 settembre la Bce ridurrà quindi comunque le stime sui prezzi dell’Eurozona proprio perché le condizioni di base sono abbastanza cambiate rispetto a 3 mesi fa, quando lo staff dell’Eurotower prevedeva un euro/dollaro a 1,08 e un cambio effettivo non in crescita ma addirittura in calo dello 0,4% rispetto allo scorso anno. Gli analisti di Pictet Wealth Management ritengono ad esempio possibile una riduzione all'1,4% del tasso di inflazione per l'anno in corso (rispetto all'1,5% indicato a giugno), all'1,1% (dall'1,3%) per il 2017 e all'1,5% (dall'1,6%) per l'anno ancora successivo.

In tutti i casi si tratta di valori presumibilmente non proprio soddisfacenti per Draghi, che a questo punto ha in teoria un ulteriore elemento per convincere i banchieri più critici a non abbandonare di punto in bianco le misure di stimolo monetario e a protrarre gli acquisti di attività finanziarie anche nel 2018. Se questo avverrà ancora a un ritmo di 60 miliardi al mese oppure a un passo ridotto come ormai si attende la maggior parte degli analisti dipenderà da molti fattori - economici, politici e tecnici - non ultimo anche dall'andamento del cambio.

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