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A far correre l’oro non sono solo i missili di Pyongyang

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A far correre l’oro non sono solo i missili di Pyongyang

L’escalation nucleare nordcoreana ha dato una marcia in più all’oro, bene rifugio per antonomasia. Sfondata la settimana scorsa l’importante soglia di 1.300 dollari l’oncia, il lingotto si è spinto fino a sfiorare 1.340 $, il massimo da settembre dell’anno scorso, all’indomani della sorpresa Brexit.

La geopolitica non è però l’unico fattore all’origine del rally, che è cominciato da diverse settimane e che riguarda anche gli altri metalli preziosi: spettacolare la performance del palladio, che proprio ieri ha superato 1.000 $/oncia, in rialzo di quasi il 50% da gennaio e al record da 16 anni.

Sono in forte rialzo anche i metalli industriali a dire il vero, con rame, alluminio, zinco e nickel saliti in questi giorni a massimi pluriennali.

Un elemento che gioca a favore di tutti i metalli (e delle materie prime in generale) è la debolezza del dollaro. Ma l’oro fa storia a sè.

Per il lingotto le politiche delle banche centrali sono davvero determinanti e la Federal Reserve ha smesso di fare paura: la stretta monetaria non sarà aggressiva, a maggior ragione dopo gli ultimi dati deludenti sull’occupazione Usa.

Sono soprattutto queste considerazioni ad aver risvegliato l’interesse degli speculatori, spingendoli a scommettere in modo sempre più aggressivo sul metallo giallo. Al Comex di New York nella settimana al 29 agosto c’erano 19 posizioni lunghe (rialziste) per ogni posizione corta, uno squilibrio che non si verificava dal 2012.

I missili di Pyongyang stanno ora accelerando il rally. E il quadro tecnico, che guida molti hedge funds, appare sempre più favorevole: la prossima resistenza significativa per l’oro è a quota 1.375 $.

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