Finanza & Mercati

La minaccia di Pyongyang e l’attesa per Draghi

verso consiglio bce

La minaccia di Pyongyang e l’attesa per Draghi

Sarà che gli investitori non hanno ancora ben inquadrato la minaccia nord coreana negli schemi abituali che riguardano le loro scelte finanziarie, o sarà forse che Wall Street era ieri chiusa per festività, ma ancora una volta i mercati stentano a muoversi in modo significativo di fronte a una possibile escalation nucleare provocata dal regime di Kim Jong-un. Ci sono stati, è vero, movimenti a vantaggio di oro, franco svizzero e yen, promossi (non certo da oggi) a beni di rifugio. E si è visto anche un rallentamento generale delle Borse europee, limitato però ad appena qualche decimo di punto.

Niente attacchi di panico
Non si è tuttavia avvertito panico fra gli operatori e a fatica si può ravvisare un minimo di tensione, proprio come in episodi simili precedenti. Viene proprio da pensare che gli investitori non ritengano credibile l’ipotesi di un conflitto vero e proprio fra Usa e Corea oppure che, appunto, non sappiano come incorporare nei prezzi delle attività finanziarie uno scenario così drammatico. Ma anche che non si curino degli eventuali contraccolpi che la situazione potrebbe riversare sui rapporti con la Cina, che forse dal punto di vista strettamente economico e finanziario è l’elemento più rilevante.

Il segnale di Bund e BTp
Probabilmente chi sta in Europa è in questi giorni più interessato al Consiglio della Bce che si terrà giovedì prossimo a Francoforte, nel quale ci si aspetta che Mario Draghi possa fornire indicazioni importanti sul futuro della politica monetaria dell’Eurozona e sulle sorti del piano di riacquisti. E la riprova sta nell’andamento dei titoli di Stato dell’area euro: avesse prevalso quell’avversione al rischio che di solito si diffonde in situazioni del genere, il Bund si sarebbe dovuto affiancare agli altri beni rifugio e contemporaneamente sarebbe partita la corsa a vendere i titoli di Stato della «periferia».
Ieri però si è visto un flusso di acquisti moderato sul titolo tedesco e lo spread dei BTp si è addirittura ristretto di due punti base. Non è dunque Kim a muovere le leve degli operatori europei, sembrano piuttosto le attese per quanto si deciderà giovedì all’Eurotower e il rincorrersi in questi giorni delle indiscrezioni su un possibile spostamento in avanti del cosiddetto tapering, la riduzione del piano Draghi e del suo stimolo monetario.

L’incognita del cambio

Chi cercasse di mettere in relazione i due elementi - le tensioni geopolitiche legate alla Corea del Nord e le decisioni della Banca centrale - avrebbe del resto difficoltà a trovare un collegamento. In nessuno degli studi di previsione che le banche d’affari pubblicano come di consueto in vista dell’appuntamento di giovedì viene nominato Kim Jong-un, proprio perché sembra davvero complicato trovare il nesso fra ciò che sta succedendo a nord del 38esimo parallelo e l’inflazione dell’Eurozona, il cui controllo resta pur sempre l’unico obiettivo della Bce. Volendo proprio cercare il classico pelo nell’uovo, si potrebbe pensare a un indebolimento del dollaro per via di un conflitto ancora eventuale e al conseguente apprezzamento dell’euro che, come si è visto di recente, non lascia proprio indifferenti i banchieri centrali. Una relazione forse troppo remota per spaventare.

© Riproduzione riservata