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Perché Malacalza non può diluirsi

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Perché Malacalza non può diluirsi

  • –Fabio Pavesi

«Follow the money». Segui i soldi. La vecchia regola per capire le ragioni profonde e sottese alle operazioni finanziarie, ben si attaglia al caso Malacalza-Carige. Al di là delle schermaglie in punta di diritto e delle presunte giravolte della famiglia ligure, il tema della richiesta esplicita di blindare il prossimo aumento di capitale, che deve avvenire esclusivamente con diritto di opzione per gli azionisti, non è così astruso. E ha motivazioni tutte economiche. I Malacalza, primi soci della banca con il 17,6% del capitale, non vogliono correre il rischio di vedersi diluiti. Sarebbe una iattura, dato che quell’investimento nella banca è stato per la famiglia (finora) un vero e proprio bagno di sangue. E rinunciare a quote del capitale, assottigliandosi (in caso di ripresa del titolo) vorrebbe dire trasformare le minusvalenze milionarie, per ora virtuali, in perdite concrete. Vediamo i fatti. La potente famiglia nativa di Bobbio è entrata a piccoli passi in Carige nel corso del 2015. Lo ha fatto a tappe: prima comprando quote della Fondazione, per poi acquisire azioni dalla francese Bpce e partecipando infine all’aumento di capitale. I tempi, dopo i disastri della gestione Berneschi con il titolo in picchiata da tempo, parevano propizi. Così proprio non è stato. Anzi. Quel 17,6% del capitale accumulato solo due anni fa, è costato complessivamente alla dinastia imprenditoriale la bellezza di 264 milioni di euro. Tutto poi è andato storto: il titolo ha continuato a scendere, complice la necessità di nuove pulizie delle sofferenze e di nuove perdite che ora costringono all’ aumento di capitale e alla cessione di Npl e immobili. Carige oggi traccheggia sui 23 centesimi per azione, lontani anni luce da 1,7 euro, che è il valore medio cui hanno in carico le azioni i Malacalza. Nell’avventura di divenire primi azionisti di Carige, i Malacalza hanno lasciato sul campo ben 230 milioni di perdita del loro investimento. Finchè non c’è un disimpegno o una diluizione quel buco da 230 milioni è del tutto virtuale. Ma pesa come un incubo sulla famiglia. Non si può che provare a rilanciare, a tenere duro, a conservare la quota così com’è, nella speranza che la cura di ristrutturazione produca (prima o poi) risultati. Solo così il titolo potrà riprendersi e rendere meno gravose quelle perdite nascoste. Il nervosismo intorno alla banca con la girandola di amministratori chiamati e rimossi dal principale azionista si spiegano anche così. Recuperare quegli oltre 200 milioni prima possibile.

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