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Bce, quelle buone ragioni per prendere tempo

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Bce, quelle buone ragioni per prendere tempo

(Bloomberg)
(Bloomberg)

La Banca centrale europea continua lungo i binari già tracciati: non c’è alcuna ragione per annunciare modifiche alla politica monetaria ultra utra-espansiva prima di ottobre. Anzi: l’andamento volatile dell’euro è una ragione in più per rafforzare la tesi delle «colombe», che a dispetto dei fatti continuano a perorare la causa della prudenza consigliando alla Bce di non accelerare il percorso verso la normalizzazione. Anche perché c’è un fattore – vero convitato di pietra – che potrebbe portare ulteriore acqua al loro mulino: l’instabilità dell’assetto di governo dell’altra maggiore banca centrale mondiale, vale a dire la Federal Reserve americana.

Il presidente della Bce Mario Draghi ieri ha ricordato a tutti che il 7 settembre non è ancora autunno. Fuori di metafora: nell’ultimo incontro prima della estate in luglio il consiglio della Bce aveva comunicato che non avrebbe rivisto le sue decisioni prima dell’autunno, che significava non prima di ottobre. La scelta dello status quo è spiegabile con l’attesa delle autorità monetarie di avere un più affidabile flusso sistematico di aggiornamento sulle variabili macroeconomiche.

Ma aspettare tre mesi, e senza fornire notizie concrete, significa destabilizzare i mercati finanziari: oggi gli investitori si alimentano quotidianamente di notizie, anche effimere, purché funzionali a realizzare plusvalenze, cercare profitti anche istantanei. Così, con mercati finanziari in preda all’ansia della notizia ad ogni costo, e di riflesso anche i media, Draghi ha dovuto compiere uno sforzo supplementare: spiegare a tutti perché non c’è alcuna ragione per modificare la rotta tracciata, e che c’è anzi ora una ragione in più per confermarla: la volatilità dell’euro.

La BCE ha tracciato il bilancio di quello che è stato fatto e di quello che c'è da fare, rispetto alla strategia scelta. E' stato innanzitutto ricordato che – a differenza della FED – l'azione della BCE ha una sola bussola: riportare la dinamica dei prezzi al consumo vicino al target del due per cento. Un obiettivo che non sarà verosimilmente raggiunto prima di due anni. Per cui la politica monetaria deve rimanere espansiva, anche se il profilo straordinario deve essere gradualmente normalizzato.

Per cui il primo ostacolo da abbattere era quello di far uscire l'Unione monetaria dalla trappola della liquidità. Draghi ha sottolineato come tale obiettivo appare oggi raggiunto: il mix di tre strumenti – tassi di interesse negativi, acquisti mensili di titoli obbligazionari sul mercato e l'annuncio di stabilità della condotta espansiva – hanno riaggiustato il meccanismo di trasmissione della politica monetaria: consumi ed investimenti sono aumenti, produzione ed occupazione sono cresciute.

Ma ora va raggiunto un secondo obiettivo: le aspettative di tutti gli operatori devono stabilmente incorporate il cessato pericolo. Ne deriveranno ulteriori conseguenze positive sul lavoro, che devono poi riflettersi sulla dinamica dei salari ed infine sull'ultimo anello: i prezzi.

Quindi Draghi sembra dire ai «falchi» di aver pazienza. I falchi guardano un’Eurozona che cresce, e vorrebbero accelerare la normalizzazione. Ma i prezzi sono anemici, quindi la BCE non può cambiare programma. C'è in più una novità che ha fatto aumentare le colombe in circolazione, verosimilmente anche all'interno del consiglio della BCE: la volatilità del cambio dell'euro.

Il rafforzamento della nostra valuta è un fattore di cui occorre comprendere la natura – temporanea o duratura – ed i motori – interni ed esterni. Più il fenomeno si mostrerà robusto, più potrebbe rappresentare un terzo ostacolo alla normalizzazione, nella misura in cui contribuisse al raffreddamento della dinamica dei prezzi.

L'incognita tasso di cambio ha rafforzato nella BCE la stessa esigenza di non smentire lo status quo, in attesa di ottobre. Il tempo aiuta a raccogliere informazioni, anche su un altro focolaio di incertezza nello scenario macroeconomico mondiale: la politica della FED. Mario Draghi – sollecitato sul tema – ha ripetuto che nelle scelte della BCE non vi è alcun comportamento strategico rispetto alle decisioni - effettive o attese – prese da altre banche centrali, a partire da quelle della FED. Ma è altrettanto vero che il profilo della politica monetaria – e non solo – della FED può modificare il quadro informativo. Anche alla luce delle dimissioni dell'ottimo Stanley Fisher – un convinto sostenitore sia della disciplina monetaria che di una seria regolamentazione finanziaria – è facile prevedere che la dinamica tra le scelte politiche dell'amministrazione Trump ed i possibili condizionamenti sull'indipendenza della condotta della FED diventeranno più complesse. Lo scenario in cui la BCE dovrà prendere le sue decisioni in ottobre potrebbe non essere semplice. Anzi.

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