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Cina e Rosneft, prove di intesa

ENERGIA

Cina e Rosneft, prove di intesa

Bloccata dalle sanzioni americane ed europee che frenano cooperazione e investimenti sul fronte dell’energia, la Russia - è noto - cerca un contrappeso in Asia. E in questi giorni il Forum economico di Vladivostok, dopo il vertice cinese dei Brics, ha fatto da sfondo ai contatti tra due grandi protagonisti della cooperazione energetica russo-cinese: Rosneft e Cefc (China Energy Company), gruppo privato in rapida espansione che, secondo quanto riporta il Financial Times e, prima ancora, il quotidiano russo Vedomosti, sarebbe interessato a investire in Rosneft. Ma tra rinvii e smentite ufficiali, stabilire i contorni precisi delle possibili intese non è semplice: e se Rosneft - primo produttore petrolifero russo controllato dallo Stato, sotto sanzioni negli Stati Uniti per la crisi ucraina - è ansiosa di dimostrare all’Occidente che può trovare partner altrove, ora anche dal fronte asiatico si leva l’ombra delle sanzioni americane. Che coinvolgono Nnk, compagnia del gruppo Rosneft che secondo le fonti citate da Financial Times e Vedomosti potrebbe costituire con la cinese Cefc una joint venture.

Finora, e in misura crescente, il legame tra Mosca e Pechino viveva di accordi di fornitura di energia, all’ombra del gasdotto “Forza della Siberia” che Gazprom e la cinese Cnpc stanno costruendo in Estremo Oriente. Ma ci sarebbe la volontà di andare oltre, soprattutto se trovasse conferma una notizia pubblicata a metà agosto dall’agenzia Reuters, parlando di «discussioni preliminari» per l’acquisizione di una quota di Rosneft da parte di Cefc. Attualmente Rosneft, prima compagnia petrolifera mondiale quotata, con il 10,37% di azioni, divide il resto della proprietà tra lo Stato russo (50%), la britannica Bp (19,75) e dal dicembre scorso la holding Qhg, controllata dall’Autorità per gli investimenti del Qatar e dal trader Glencore. Senza dare dettagli sull’eventuale ingresso cinese nel capitale di Rosneft, una fonte vicina al gruppo di Igor Sechin parlava di una quota nel suo business retail, che comprende 3.000 stazioni di servizio, 150 depositi e più di 1.000 navi cisterna.

«Consideriamo il mercato cinese come il più promettente - aveva commentato un portavoce di Rosneft -. La compagnia rafforzerà la collaborazione con i partner cinesi su diversi fronti». Ma senza più riprendere il discorso delle quote, il 3 settembre scorso Sechin e il presidente di Cefc, Chan Chauto, hanno firmato un accordo di cooperazione strategica e un contratto per la fornitura di greggio russo alla Cina.

Quello di cui si sarebbe parlato a Vladivostok invece è una joint venture tra Cefc e Nnk: un accordo descritto però come «complesso», e dunque ancora dall’esito incerto. Imbrigliato forse dal riacutizzarsi della crisi nordcoreana perché la russa Nnk è iscritta da giugno nell’elenco delle compagnie sanzionate dal Tesoro Usa, avendo appoggiato il regime di Pyongyang con forniture di petrolio. Ma già in agosto Eduard Khudainatov, Ceo di Nnk, aveva definito «una menzogna delirante» l’idea di un ingresso di una jv Nnk-Cefc nel capitale di Rosneft. Idea di cui ancora ieri a Vladivostok Aleksandr Novak, ministro russo dell’Energia, ha detto di «non sapere nulla».

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