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Coprirsi o no? Così il super-euro impatta sul rally delle Borse

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Coprirsi o no? Così il super-euro impatta sul rally delle Borse

La sede della Bce a Francoforte (Afp)
La sede della Bce a Francoforte (Afp)

«To hedge or not to hedge», ovvero coprirsi o non coprirsi? Arrivano addirittura a scomodare William Shakespeare i gestori di State Street Global Advisor (Ssga) per raccontare il dilemma di un investitore di fronte al rischio cambio. Quando si parla di super-euro il pensiero va immediatamente alla perdita di competitività che possono subire le imprese italiane più orientate all’export, magari anche all’effetto calmierante sull’inflazione che in questo momento preoccupa la Bce. Poche volte invece si fa invece caso ai riflessi che l’apprezzamento della valuta ha sugli investimenti finanziari al di fuori dell’Eurozona.

Il rally sfumato
Basta però un esempio semplicissimo per rendersene conto e per far inquadrare il problema anche al risparmiatore più distratto: il rally quasi senza fine dei titoli tecnologici Usa, che si traduce in un rialzo di oltre il 18% dell’indice Nasdaq da inizio anno, si ridimensiona fortemente e vale poco più del 3% quando lo si traduce in euro. La stessa operazione trasforma l’avanzata generale di Wall Street (+10% l’S&P 500) addirittura in una perdita (-3,88%). Stesso discorso vale per la Borsa di Londra e quella di Tokyo e perfino il guadagno di Zurigo si ridimensiona se si tiene conto del franco svizzero.

Nelle tasche del risparmiatore
Un calcolo del genere potrebbe sembrare una forzatura, dato che la performance di un mercato azionario si misura comunque in valuta locale. Rappresenta però in ogni caso l’esempio di ciò che avviene davvero nelle tasche di un risparmiatore che decide di investire in un’azione, un bond o più semplicemente un prodotto denominato in moneta differente dall’euro. Al momento dell’incasso il suo prezzo andrà infatti riconvertito e ingloberà anche la differenza del cambio rispetto al quello dell’acquisto: se l’euro si sarà apprezzato si tradurrà in una perdita (o in un minor guadagno); se invece valore del cambio è sceso l’effetto sull’investimento oltrefrontiera sarà favorevole.


Pericolo o opportunità?
Per questo motivo il cambio non è necessariamente una penalizzazione, ma può anzi trasformarsi in un’opportunità, e ben lo sanno coloro che hanno investito a Wall Street fra il 2014 e il 2015, quando cioè l’eurodollaro è passato da 1,40 a sfiorare quasi la parità: chi lo ha fatto senza protezione ha moltiplicato i guadagni. Valutare se scegliere una copertura (attraverso uno strumento ad hoc oppure scegliendo un prodotto già «protetto») per un nuovo investimento o per quelli che già si detengono e ne sono sprovvisti non dipende però dall’andamento seguito dal cambio fino a questo momento, ma da quello futuro e qui le cose si complicano.

Questione di prezzo
Se infatti è innegabile che una buona fetta del rally dell’euro è già dietro le spalle (+15% sul dollaro da inizio anno e +6% su scala globale), è anche vero che diversi analisti vedono ulteriori margini di apprezzamento per la divisa: fare previsioni sui mercati valutari è del resto uno dei mestieri più difficili. D’altra parte cercare protezione ora che l’euro si è fortemente apprezzato è relativamente più costoso di quanto non potesse esserlo a inizio anno (quando pochi però pensavano a proteggersi).

Rischio su rischio
Ragionando più in generale, prevedere una copertura del cambio sugli investimenti può essere opportuno, a maggior ragione in una fase di mercato come quella attuale: «Con i rendimenti reali ai minimi storici, le azioni valutate a prezzo praticamente pieno (se non costose) rispetto agli standard passati, gli investitori non possono permettersi di affrontare il rischio strutturale di effetti provenienti dalle valute», sottolinea Aaron Hurd, gestore di Ssga. In altre parole, i tassi dei bond ridotti (se non negativi) e le Borse vicine ai massimi storici rappresentano di per sé rischi già abbastanza rilevanti per assumerne ulteriori.

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