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Quanto può costare ai BTp l’uscita dal piano Draghi

verso il tapering

Quanto può costare ai BTp l’uscita dal piano Draghi

Mariod Draghi con alla sua destra il vice presidente della Bce Vitor Constancio e alla sua sinistra la portavoce della Bce Christine Graeff (Afp)
Mariod Draghi con alla sua destra il vice presidente della Bce Vitor Constancio e alla sua sinistra la portavoce della Bce Christine Graeff (Afp)

Acquistati a piene mani giovedì dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, venduti in maniera altrettanto pesante ieri. L’unica cosa certa per i BTp e per gli altri titoli di Stato dell’Eurozona è che a simili episodi di volatilità si dovrà fare l’abitudine da qui a fine ottobre, quando saranno svelati i dettagli sulla riduzione del piano di riacquisti Bce, e anche oltre.

L’anello debole
Con il nuovo scenario si dovrà infatti prima o poi fare i conti. Per i titoli di Stato, per esempio, verrà meno il principale compratore che in questo momento copre gran parte (se non tutte) le nuove emissioni dei Governi. Occorrerà rimpiazzare l’Eurotower con gli investitori tradizionali e per attirare di nuovo sul mercato questi ultimi servirà verosimilmente offrire un premio in termini di rendimenti. Su questo punto il pensiero di tutti va inevitabilmente al nostro Paese, ritenuto l’anello debole del Continente in primo luogo per la mole del debito pubblico.

Lo shock sui BT...
Gli analisti di Ubs si sono esercitati nel calcolare il potenziale impatto sui rendimenti dei nostri BTp dello stop al quantitative easing prendendo come pietra di paragone il «premio» ricevuto dai nostri titoli nei due anni successivi settembre del 2014 (momento in cui il mercato ha iniziato a scontare la futura manovra espansiva dell’Eurotower) e ribaltando la prospettiva. È infatti plausibile che quel movimento di riduzione dei rendimenti venga annullato una volta terminati gli acquisti provocando, sostiene Norbert Aul, strategist della banca elvetica, «uno shock nell’ordine dei 50 punti base sui titoli a 5 anni e di 100 punti sulle scadenze a dieci anni e oltre» .

...non sarà immediato...
Certo, il fatto che la Bce abbia già messo le mani avanti sostenendo che la riduzione dello stimolo monetario sarà graduale e che il bilancio stesso dell’Eurotower resterà su livelli elevati per un periodo sufficientemente esteso anche dopo la fine del piano Draghi (in virtù del reinvestimento dei proventi derivanti da cedole e bond nel frattempo giunti a scadenza) allontana il rischio di un impatto così brutale e immediato. Anche per questo, Ubs ritiene che l’effetto appena indicato potrà verificarsi dal 2018 in poi e, anzi, nel breve termine crede «improbabile che lo spread nei confronti del Bund salga oltre i 200 punti».

... e «non morde»
Ma c’è di più: lo stesso Aul definisce quello che potrebbe colpire i nostri titoli di Stato uno shock «che non morde», perché «non è in grado di far deragliare il debito Italiano». Lo scenario base, che per Ubs prevede una riduzione del rapporto con il Pil al 125% da qui al 2025, potrebbe infatti subire una deviazione piuttosto marginale (e portarsi al 128%) nel momento in cui il temuto impatto sui BTp dovesse materializzarsi. «Questo non deve sorprendere perché l’Italia rifinanzia ogni anno soltanto una piccola porzione del proprio debito, una fetta rilevante del quale a suo tempo era stata emessa a tassi ben più elevati», avverte ancora Aul, spiegando che per questo motivo il costo medio del finanziamento italiano difficilmente aumenterà prima del 2019 e nel 2025 sarà più caro rispetto allo scenario di base di appena lo 0,5 per cento.

Attenzione alla variabile politica
Cosa nuocerebbe davvero alle finanze italiane, più che la virata dell’Eurotower, è secondo Ubs uno scenario meno favorevole di quello attualmente scontato sulla crescita o, più probabilmente, una bufera sul debito come quella vissuta fra il 2011 e il 2012. Questa potrebbe a sua volta essere innescata da una situazione politica complicata che possa emergere nelle ormai prossime elezioni e che sia tale da compromettere del tutto la fiducia riposta dagli investitori esteri. A farci del male, insomma, potremmo essere più noi stessi che la Bce.

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