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Banche Usa, la nuova età dell’oro dieci anni dopo la grande…

la ripresa del settore

Banche Usa, la nuova età dell’oro dieci anni dopo la grande crisi

(Reuters)
(Reuters)

Dal crack della Lehman Brothers del 2008 le banche americane si sono riprese da tempo. L’indice settoriale S&P 500 Banks resta tuttavia ancora sotto del 20% rispetto ai massimi storici toccati esattamente 10 anni fa. Sarebbe tuttavia ingeneroso giudicare negativamente la performance in Borsa delle banche americane. Soprattutto tenendo conto che le concorrenti europee, nello stesso lasso di temporale, hanno perso ben il 66% del loro valore.

Sul fronte del credito c’è stata una chiara divergenza tra Europa e Stati Uniti negli ultimi 10 anni. La performance di Borsa riflette un andamento del conto economico che è stato positivo per le americane e negativo per le europee. Il colpo della crisi per le americane si è visto soprattutto nel bilancio del 2008 (l’anno del crack Lehman) che si è chiuso con perdite aggregate per oltre 18 miliardi di dollari per i 10 maggiori istituti di credito. Toccato il fondo la ripartenza è stata rapida e in pochi anni gli utili sono tornati ai livelli pre-crisi.

Utili doppi rispetto al periodo pre-crisi
L’utile aggregato registrato negli ultimi 12 mesi dalle 10 big americane è stato di oltre 115 miliardi di dollari. Quasi il doppio rispetto ai livelli del 2007 secondo un’elaborazione che Il Sole 24 Ore ha fatto su dati S&P Market Intelligence. In Europa il colpo della crisi finanziaria del 2008 è stato meno pesante nell’immediato. Il risultato netto aggregato quell’anno fu più che dimezzato rispetto al 2007 ma rimase positivo per 37 miliardi. A differenza di quanto avvenuto negli Usa tuttavia in Europa la ripartenza dei profitti è stata di breve durata e gli utili aggregati dei 10 big sono ancora ben lontani dai livelli pre-crisi.

I salvataggi
Sia in Europa sia negli Stati Uniti ci sono stati problemi di grave deterioramento degli attivi di bilancio. Negli Usa e in alcune grandi banche europee le criticità sono arrivate dai titoli tossici legati ai mutui subprime. Quando il grande castello di carte del mercato immobiliare Usa crollò questi asset diventarono improvvisamente illiquidi al punto da costringere il Tesoro Usa a farsene carico attraverso il programma Tarp (Troubled Asset Relief Program). Lo Stato americano di fatto acquistò dalle banche tutta la spazzatura presente nei loro bilanci per evitare il collasso del sistema. Un intervento immediato che permise agli istituti di credito di ripulirsi. Di fatto i contribuenti americani furono chiamati a farsi carico degli eccessi della malafinanza. A conti fatti tuttavia questo si è rivelato un male necessario perché il sistema potè reggere il colpo e ripartire sostenendo la ripresa economica che sarebbe arrivata negli anni successivi.

In Europa crisi più prolungata
Anche in Europa gli Stati sono intervenuti per salvare gli istituti in difficoltà nel 2008. Poi però il settore ha dovuto fare i conti con le bolle immobiliari in Spagna e Irlanda, la crisi dei debiti sovrani, l’austerity e la peggior recessione dal secondo dopoguerra. Problemi che hanno avuto ripercussioni anche a scoppio ritardato sui bilanci delle banche. Il caso più emblematico è quello delle banche italiane. I nostri istituti furono solo sfiorati dalla crisi del 2008 a differenza delle concorrenti del Nord Europa. Poi però è arrivata la tempesta sullo spread e soprattutto la crisi economica che ha costretto migliaia di famiglie e imprese a smettere di onorare i propri debiti lasciando alle banche a fare i conti con una montagna di crediti malati.

Effetto Bce
Come se non bastasse il settore in questi anni ha dovuto fare i conti con un’importante contrazione del margine di interesse sui crediti per effetto dell’azzeramento dei tassi da parte della Bce. Anche negli Stati Uniti la Fed ha adottato una politica ultraespansiva ma gli effetti sul conto economico delle grandi banche sono stati più positivi che negativi. Questo perché negli Usa l’economia è meno “bancocentrica” che in Europa e le banche hanno un modello di business in cui le tradizionali attività di credito a famiglie imprese non hanno la stessa centralità e importanza. Il trading e le attività di gestione del risparmio per contro rivestono un ruolo maggiore e questo, in un contesto di mercato fortemente rialzista grazie anche all’enorme stimolo fornito dalla Fed, si è tradotto in una crescita di ricavi e margini. È vero che le banche Usa, a differenza del resto del mercato azionario Usa, sono ancora sotto i livelli pre-crisi ma chi ha comprato quando le cose andavano male di certo non si può lamentare visto che l’indice ha recuperato il 133% dai minimi del 2009. Chi ha fiutato l’affare è stato sicuramente Warren Buffett che in questi anni ha aumentato considerevolmente il peso in portafoglio del settore bancario, diventando anche il primo azionista di Bank of America. Oggi la sua finanziaria Berkshire Hathaway risulta essere il settimo maggior investitore nel capitale delle 10 maggiori banche americane. Dieci anni fa non era neanche tra i primi 20 maggiori azionisti.

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