Finanza & Mercati

Banche Usa, quell’uscita rapida dalla crisi sulle ali del trading

la cura

Banche Usa, quell’uscita rapida dalla crisi sulle ali del trading

A guardare oggi i bilanci delle big bank americane pare che nulla sia avvenuto nel decennio più travagliato della finanza mondiale.

Della crisi terribile che ha rischiato di far implodere l’intera architettura del sistema bancario, originata dai mutui subprime, non c’è più traccia nei conti delle grandi banche a stelle e strisce.

Come se quella crisi, quella cesura non sia mai avvenuta. Può apparire paradossale ma è davvero così. Dieci anni e tutto è tornato nell’alveo della normalità. Oggi a livello di sistema le banche Usa hanno una leva finanziaria tornata da tempo a livelli fisiologici, grazie a un aumento del capitale e una diminuzione degli attivi. E la loro redditività sul patrimonio in media supera il 10%, un livello doppio rispetto al sistema bancario europeo. Eppure quella crisi è nata a Wall Street e da lì si è propagata in Europa. Ma mentre gli Stati Uniti ne sono usciti in tempi rapidi è stata l’Europa a subire un colpo più duro e che ancora deve essere metabolizzato. Un paradosso si direbbe. Non proprio. La risposta americana alla devastazione del fallimento delle banche è stata immediata e assai pragmatica. Prima l’intervento diretto del Tesoro Usa che ha iniettato denaro nei forzieri delle principali banche, ne è diventato azionista per poi uscirne recuperando il denaro più gli interessi.

Poi la rapidità d’azione della Fed che è andata in soccorso da subito facendosi compratore di ultima istanza di attività al punto tale da veder esplodere il suo bilancio da 800 miliardi a più di 4mila miliardi. Ma se gli interventi immediati hanno evitato il collasso, la politica monetaria ultra-espansiva ha poi fatto il resto. L’immensa liquidità immessa nel sistema ha spinto verso l’alto quasi tutti gli asset finanziari, dalle Borse alle obbligazioni alle materie prime. E le banche Usa, soprattutto quelle d’affari tradizionalmente esposte sul trading finanziario, ne hanno ampiamente beneficiato. Qualche esempio aiuta a capire. Prendiamo Goldman Sachs. Il bilancio 2008, nel pieno della crisi, si chiuse con 9,3 miliardi di dollari di perdite. Il buco più grave Goldman lo accusa proprio sul trading con una pedita secca di 11,5 miliardi. Già l’anno successivo e poi a seguire c’è il recupero. Dal trading arrivano ricavi per oltre 20 miliardi. Si inverte completamente la tendenza e già nel 2009 l’emblema delle banche d’affari fa utili per oltre 13 miliardi.

Stesso schema per Citigroup: la banca nel 2008 fa un buco da quasi 24 miliardi sulle attività di trading. Già nel 2009 il cambio di passo, il ritorno al segno positivo. E da allora si va in progressione: nel 2016 la banca ha avuto ricavi da quel business per 7,5 miliardi. Dopo il crollo del 2008 con 27 miliardi di perdite nette complessive, Citigroup ha inanellato utili. Ben 10 miliardi nel 2010 per poi salire a 15 miliardi di profitti netti a fine del 2016.

Morgan Stanley perdeva dal trading 1,5 miliardi nel 2008, oggi fa ricavi dalla compravendita di asset per 10 miliardi. Gli utili complessivi sono passati da 1,4 miliardi del 2009 a oltre 6 miliardi dello scorso anno.

Il copione si replica per quasi tutte le banche americane. Il gigante JpMorgan nell’anno del crac di Lehman lascia sul campo un buco da 10 miliardi di dollari nelle attività di negoziazione titoli. Già nel 2010 il segno si inverte: quell’anno produrrà oltre 10 miliardi dal trading. Ma non è solo da lì che le banche Usa riprendono un cammino virtuoso. In fondo è il contesto di politica monetaria che droga gli asset finanziari a facilitare il compito. Rispetto al sistema europeo anche il settore del credito si riprende più velocemente: Gli Usa escono prima dalla recessione e il peso delle sofferenze bancarie non si fa gravoso come per le banche europee, in particolare quelle del Sud Europa. Il ciclo positivo fa allentare la morsa dei crediti malati e quindi delle rettifiche sui conti. Basta vedere il caso di JPMorgan. Il colosso Usa accantona nel lontano 2008 19 miliardi di svalutazioni sulle sofferenze in portafoglio. Da allora le svalutazioni anziché salire (come avvenuto in Europa) scendono anno su anno. Già nel 2012 la banca Usa svaluta sofferenze e incagli per soli 3 miliardi, un sesto della mole di rettifiche effettuate nel 2008. Il mix congiunto di utili dal trading e un minor impatto degi Npl sono i fattori chiave della nuova normalità americana. Cosa che in Europa si intravede solo ora.

© Riproduzione riservata