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Il super-euro ai massimi dal 2015

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Il super-euro ai massimi dal 2015

(Marka)
(Marka)

A inizio anno con un euro si potevano acquistare 1,05 dollari. Ora, con quello stesso euro, se ne possono comprare 1,21. In percentuale la divisa comunitaria si è apprezzata del 14,5% nei confronti del biglietto verde. Lo scatto va avanti da diverse sedute e ha trovato il picco da gennaio 2015 proprio ieri quando in alcuni scambi il cambio ha rotto la soglia di 1,21 (per poi chiudere a quota 1,204).

Giovedì, prima del tanto atteso discorso del presidente della Bce Mario Draghi, l’euro viaggiava a 1,191. Il governatore ha dedicato molta attenzione al cambio euro/dollaro. Se è vero che è l’inflazione il primo parametro che una banca centrale tiene in considerazione per orientare la politica monetaria, è anche vero che un forte apprezzamento di una divisa impatta sul costo dei prezzi, dato che tende ad esercitare una pressione deflazionistica. Tanto che Draghi ha agganciato le prossime mosse (il tanto atteso tapering, ovvero la riduzione degli stimoli monetari) al valore del cambio. Come dire, con un super-euro varare un programma di riduzione degli acquisti di titoli (che al momento prevede un impegno della Bce per 60 miliardi di euro al mese almeno fino a fine anno) diventa un po’ più complicato.

IL CAMBIO
Euro/dollaro

Per questo motivo ogni decisione sul tapering è stata posticipata al prossimo incontro del consiglio direttivo della banca centrale, schedulato per il 25-26 ottobre. C’è ancora tempo (il prossimo market mover a questo punto sono le elezioni tedesche del 24 settembre) ma è probabile che il cambio euro/dollaro nel frattempo continuerà a rimanere robusto, oltreché volatile. A conti fatti è evidente che le parole di Draghi circa i timori di un euro troppo forte non hanno spinto gli investitori a ridurre le posizioni sugli attuali livelli di cambio. Anzi, dal discorso di Draghi la moneta unica si è rivalutata di un ulteriore punto percentuale.

Va detto che dietro questo spettacolare rialzo ci sono due gambe. La prima riguarda le “questioni interne”, ovvero l’andamento dell’economia dell’Eurozona, il forte surplus commerciale e l’aumento degli asset finanziari in euro. Questi tre elementi esercitano una indubbia pressione rialzista sulla moneta. Il Pil dell’Eurozona è in crescita. La Bce ha alzato le stime per il 2017 dall’1,9% al 2,2%. A ciò si aggiunge un saldo delle partite correnti positivo che a fine 2016 è risultato pari al 3,3% del Pil. Si tratta del massimo storico per l’area euro. Le vendite nette di beni e servizi procedono bene anche nel 2017 dato che a marzo è stato registrato il record mensile di tutti i tempi, ovvero 44,72 miliardi di saldo positivo. Vanno a gonfie vele anche gli asset finanziari: da inizio anno i fondi azionari europei hanno registrato afflussi netti per oltre 30 miliardi.

L’euro/dollaro però sta correndo anche per la seconda gamba, quella del dollaro. La valuta statunitense sta vivendo uno dei “peggiori” anni della sua storia. Da inizio anno il dollar index - che pondera l’andamento del dollaro su un paniere che comprende le altre più grandi divise planetarie - ha perso l’11%, il livello più basso da 33 mesi. Nel brevissimo periodo sul dollaro hanno pesato i timori sugli uragani e sullo sviluppo della crisi della Corea del Nord. Ma la debolezza del dollaro è anche una questione di fondo ed è legata ai dubbi degli investitori sulla capacità della Fed di mantenere le promesse fatte a inizio anno in tema di rialzo dei tassi (aveva promesso quattro strette e invece finora ne ha attuate due e i mercati scontano solo al 30% delle possibilità un’azione a dicembre). Il cammino verso la normalità monetaria della Fed è condizionato dall’andamento dell’inflazione che, come nell’Eurozona, anche negli Usa sta dando segnali di decelerazione. E poi il dollaro si sta svalutando perché i mercati sono scettici sulle capacità del presidente Donald Trump di implementare le robuste riforme “pro-dollaro” di cui aveva parlato in campagna elettorale (“fenomenale” riduzione delle tasse e massicci investimenti infrastrutturali).

Questo spiega perché il super-euro si sia apprezzato quest’anno molto più nei confronti del dollaro (+14,5%) che su sterlina (+7%), yen (+5,4%) e franco svizzero (+6,3%). Si tratta in ogni caso di una forza che potrebbe pesare sul Pil: secondo Morgan Stanley una rivalutazione del 10% dell’euro potrebbe indebolire il Pil per il prossimo anno nella misura dello 0,7 per cento.

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