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Affrontare i crolli di Borsa con Etf e fondi a bassa volatilità

strategie di investimento

Affrontare i crolli di Borsa con Etf e fondi a bassa volatilità

Con la crisi coreana che potrebbe tornare ad agitare i mercati, facendo tremare anche “l’indice della paura” (in agosto il Vix ha fatto un balzo del 70% in tre giorni, salvo poi ripiegare di nuovo in basso), sembra tornato il momento d’oro per Etf e fondi che adottano strategie a bassa volatilità. Di cosa si tratta? Di portafogli costruiti con azioni appunto “low volatility”, ossia con oscillazioni più contenute della media. Portafogli che sono difensivi nei momenti di ribasso, ma che non rinunciano a cogliere la maggior parte dei rialzi.

E' infatti dagli anni Settanta che studi scientifici hanno dimostrato come i titoli a bassa volatilità tendano a produrre, nel lungo periodo, rendimenti migliori rispetto alla media. Il che contraddice la tradizionale teoria secondo cui all’assunzione di maggior rischio dovrebbero corrispondere rendimenti più elevati.

Negli ultimi cinque anni il numero di fondi ed Etf europei “low volatility” è raddoppiato e alla fine dell'anno scorso contava 89 prodotti, tra i quali 26 Etf. Come attesta Morningstar in un recente studio (Low Volatility: Searching for a Durable Edge), le masse gestite in strumenti di questo tipo hanno raggiunto solo nel Vecchio Continente quota 40 miliardi di euro, con una crescita stimata di 27 miliardi di euro dal 2012. Le azioni a bassa volatilità sono quelle considerate tradizionalmente difensive: hanno flussi di cassa relativamente stabili perché tendono a essere meno legate al contesto economico o perché operano in settori fortemente regolamentati.

Ma le strategie “low volatility” funzionano davvero? La risposta è meno semplice di quanto si creda. Intanto l’analisi di Morningstar sottolinea come bassa volatilità non sempre sia sinonimo di basso rischio. Infatti buona parte di queste strategie si basa sulla volatilità storica come indicatore del rischio (anche se le correlazioni non vengono ignorate): ma siamo sicuri che i titoli storicamente meno volatili rimangano tali anche in futuro? Nell’era dei “Cigni Neri” non esistono garanzie.

Inoltre i portafogli “low volatility” possono portare a un rischio di concentrazione significativo, con sovrappeso nei settori difensivi come i beni di consumo o le utility, a svantaggio della diversificazione del portafoglio.

Altri possibili svantaggi delle azioni “low volatility” sono il pericolo di valutazioni eccessive: in determinati periodi di tensione sui mercati tali titoli diventano infatti più costosi, perché gli investitori avversi al rischio preferiscono le loro caratteristiche difensive. Inoltre alcune di queste strategie possono comportare un più alto turnover di portafoglio, con conseguente innalzamento dei costi commissionali. Infine, sulle “low volatility” inizia a profilarsi il rischio di un aumento dei tassi, che storicamente porta questo tipo di investimento a sottoperformare gli indici.

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