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Dossier La Cina pronta a bloccare il bitcoin

    Dossier | N. 25 articoliCriptovalute: bitcoin e le altre

    La Cina pronta a bloccare il bitcoin

    Che sia per motivi economici o timori politici, la Cina teme i contraccolpi del bitcoin. E sarebbe pronta a intervenire per bloccare le piattaforme locali di criptovalute, il che rappresenterebbe un duro colpo a un mercato in grande espansione ma che rifiuta di essere imbrigliato con regole.

    Dopo le voci circolate in chiusura della scorsa settimana, ieri è stato il Wall Street Journal a rilanciare le ipotesi di bando da parte delle autorità cinesi. Citando persone vicine alla materia, secondo cui «la Banca centrale ha messo a punto una bozza di regolamento che proibirebbe alle piattaforme cinesi di fornire servizi di trading sulle valute virtuali». La mossa arriva dopo mesi di monitoraggio approfondito da parte di Pechino, che già una settimana fa ha portato al bando sull offerte iniziali di valute (Ico), i sistemi di finanziamento di nuove imprese attraverso critpovalute.

    Non è un mistero che i cinesi siano i grandi protagonisti del mercato del bitcoin: nel paese ci sono le potenti farm di server che monopolizzano l’attività di mining e la certificazione delle transazioni a livello globale. Ma soprattutto sono concentrati qui buona parte degli scambi in criptovalute: una volta più del 90%, oggi all’incirca un quarto delle transazioni in un mercato che ieri valeva 150 miliardi di dollari complessivi di capitalizzazione. Tanto da far nascere il sospetto che i cinesi continuino a utilizzare quetse valute per esportare capitali giocando contro lo yuan.

    Per questo, dopo mesi di discussione, gli organismi finanziari del paese, con in testa la People’s Bank of China avrebbero scelto la linea dura della chiusura degli exchange di monete virtuali, le piattaforme per la conversione delle criptovalute. «L’eccessivo disordine ha costituito ovviamente una delle ragioni principali alla base del bando», ha affermato una fonte citata dal Wsj. E la minaccia all’ordine finanziario interno era già stata citata una settimana fa per motivare le misure restrittive nei confronti delle Ico. Il bando si applicherebbe alle piattaforme, ma, secono Bloomberg, la misura non riguarderebbe l’over the counter, dove si svolgono gli scambi non commerciali, su cui le autorità non hanno alcun controllo.

    I tre maggiori exchange cinesi - OKCoin, Btc China e Huobi - hanno ribadito ancora ieri di non aver ricevuto per il momento alcun provvedimento e che l’operatività prosegue all’insegna della normalità. Ma il mercato rimane molto nervoso. Dopo aver toccato a inizio settembre il picco record di 5.000 dollari, il bitcoin si è indebolito dopo il bando di una settimana fa. Ma già venerdì era tornato a quota 4.700 dollari, per poi scivolare a 4.000 nel fine settimana veleggiando ieri attorno a 4.200. Una volatilità che non ha sorpreso gli esperti delle criptovalute, ormai abituati alle montagne russe: un anno fa il bitcoin valeva 600 dollari.

    Un eventuale bando cinese per gli scambi commerciali «non significherebbe la fine del tarding di valute digitali», dal momento che per propria natura una moneta come bitcoin prescinde da qualsiasi autorità di emissione e di controllo. Ma è evidente che un provvedimento del genere rappresenterebbe una gelata sulle prospettive della moneta, il cui valore è legato a doppio filo all’uso potenziale che se ne può fare.

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