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«En plein» per il bond a 100 anni dell’Austria

tasso al 2,1%

«En plein» per il bond a 100 anni dell’Austria

(Reuters)
(Reuters)

«Nel lungo periodo saremo tutti morti», amava ricordare l’economista Keynes. «I tassi di interesse resteranno bassi a lungo», ci ricorda oggi il governatore della Bce Mario Draghi. L’investitore moderno - acquistando il bond a 100 anni emesso in settimana dall’Austria al tasso del 2,1% con una domanda tripla rispetto all’importo offerto- dà ragione a entrambi, consapevole che ci vorrano 44 anni per recuperare con le cedole il capitale. Nel frattempo è probabile che molti investitori saranno passati a miglior vita. Eppure, quella dei “bond Matusalemme” ormai è diventata una moda con il 2017 che si avvia a superare il record di 63,5 miliardi emessi del 2016. Tutto ciò ha un senso (finanziario)?

Il tutto esaurito per il primo bond a 100 anni offerto al pubblico della zona euro (collocato in settimana dall’Austria) fa riflettere. Perché il tasso a cui è stato venduto (2,11%) è lo stesso a cui viaggia il T-bond decennale degli Usa. Secondo S&Poor’s Austria e Usa hanno lo stesso rating (AA+). Eppure, a giudicare dai tassi pagati sul debito, tra le due economie ci sono 90 anni di differenza. Come si spiegano tassi così bassi per l’Austria e come si spiega il fatto che gli investitori abbiano fatto a sportellate per aggiudicarselo (la domanda, 11 miliardi, è stata il triplo dell’importo offerto, 3,5 miliardi)?

Quella dei tassi bassi è una storia che va avanti ormai da tre anni e non riguarda solo l’Austria, ma coinvolge l’intero blocco dei 19 Paesi dell’Eurozona la cui banca centrale (Bce) ha portato nel 2014 il costo del denaro sottozero (il tasso sui depositi è a -0,4%). Di conseguenza i rendimenti dei titoli a media scadenza (in Austria fino alla durata a 5 anni) sono finiti sottozero. La Bce - nell’ambito del programma di sostegno noto come quantitative easing - acquista titoli con scadenze fino a 30 anni. E questo spiega anche perché i rendimenti a 30 anni siano molto bassi (in Germania 1,2%, in Austria 1,6%). Stupisce però che i rendimenti restino profondamente bassi anche su durate “Matusalemme”, ben oltre la copertura della Bce, come appunto il 2,1% pagato dall’Austria su un lasso di 100 anni. Se si considera che in Austria l’inflazione viaggia al 2% e che nell’area euro - da dove proviene una buona parte degli investitori - è all’1,5%, stiamo parlando di rendimenti reali miseri che, peraltro, rischiano di azzerarsi o andare sott’acqua nel caso in futuro il tasso di inflazione salga in modo più robusto, magari accompagnato anche da una crescita economica più robusta.

Un tasso del 2,1% a 100 anni - confermato anche ieri sul mercato secondario dove sono proseguiti gli acquisti portando il rendimento a una media del 2,07% - ci racconta che le aspettative degli investitori sono per un lungo futuro a tassi bassi, come del resto predica Draghi da svariati summit. Ma vuol anche dire che i Paesi dell’area euro stanno approfittando di questa eccezionale finestra temporale per allungare la durata del debito a tassi scontati. Se i governi giocano questo apparente azzardo è perché tra i grandi investitori c’è una categoria - fondi pensione e fondi assicurativi - che può permettersi di fare calcoli diversi rispetto al piccolo risparmiatore. Avendo passività a lunga scadenza (il pagamento di pensioni o piani assicurativi pensionistici) hanno anche bisogno di attività a lunga scadenza. Questo per compensare la duration tra attività e passività. Di conseguenza il tasso dell’investimento è importante, ma non è l’unico obiettivo.

Ecco perché i “bond Matusalemme” sono titoli molto pericolosi se finiscono in mano ai piccoli risparmiatori. Chi ad esempio avesse comprato il bond a 70 anni venduto da Vienna lo scorso ottobre, a venderlo oggi accuserebbe una perdita secca dell’11 per cento.

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