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Pir, si alza l’asticella: raccolta attesa a 68 miliardi in cinque…

i piani individuali di risparmio

Pir, si alza l’asticella: raccolta attesa a 68 miliardi in cinque anni

(Marka)
(Marka)

Più di 5 miliardi di euro raccolti in soli 5 mesi dal lancio, oltre 10 miliardi previsti nell’intero 2017, probabilmente una cifra vicina ai 70 miliardi in cinque anni. Questa la progressione forse non più sorprendente che ci si può attendere dai Pir, i Piani individuali di risparmio introdotti con la legge di bilancio 2017 che stanno riscuotendo un successo inaspettato fra i risparmiatori italiani. Se la fotografia ufficiale scattata al 30 giugno è di Assogestioni (5,3 miliardi raccolti fra strumenti creati ad hoc e prodotti già esistenti e riadattati per sfruttare il bonus fiscale garantito ai Pir) e le previsioni per l’anno in corso sono quelle «ufficiali» del ministero delle Finanze, già una volta corrette dopo il boom iniziale, la proiezione a lungo termine è targata Intermonte ed è una cifra che può spaventare.

Le ipotesi di Intermonte e il paragone con l’estero
In realtà, i 67,9 miliardi indicati dalla Sim e raccolti in uno studio presentato ieri a margine di un evento dedicato proprio ai Pir che si è svolto nella sede di Borsa Italiana sono il frutto di calcoli basati su ipotesi per certi versi anche conservative. Per esempio, Intermonte stima che il numero dei sottoscrittori dei fondi italiani possa crescere in media del 2% da qui al 2021(mentre nel 2015 sono aumentati del 5,2% e nel 2016 del 3,1%), che una parte più rilevante di questi si possa rivolgere ai Pir (il 18% rispetto al 10% atteso nel 2017) ma con un investimento decrescente (12mila euro ciascuno anziché gli attuali 16mila). C’è poi quel paragone con le esperienze avviate da tempo in altri Paesi: il bilancio dei Pir rischia di impallidire al cospetto dei 120 miliardi di euro raccolti dai Plan d’Epargne Action francesi (dal 1992), dei 150 miliardi di dollari canadesi dei Tax free saving accounts (2009) o soprattutto dei 518 miliardi di sterline degli Individual saving accounts britannici.

Opportunità (e rischi) per le Pmi italiane
Il risultato italiano è comunque rilevante, soprattutto per gli effetti che potrà avere (e che già esercita) sui mercati finanziari. La stessa Intermonte ritiene che nei prossimi 5 anni circa 14,3 miliardi di quanto raccolto potrebbe affluire sulle azioni di Pmi collocate a Piazza Affari: opportunità enorme per questo segmento (che in Italia vale come capitalizzazione il 10% dell’intera Borsa contro il 20% medio a livello europeo), ma anche fonte di preoccupazione. Da inizio anno, per esempio, in Italia gli indici delle small e delle mid cap (e anche quelli relativi al segmento Star dei titoli ad alti requisiti) hanno registrato un rialzi compresi fra il 28 e il 31%, ben superiori a quelli del resto di Piazza Affari.

Il nodo delle valutazioni
Nei primi 8 mesi del 2017 anche i volumi sono cresciuti (+78% se ponderati per i prezzi per le «piccole» e +18% per le «medie» rispetto all’anno precedente) in controtendenza con il Ftse Mib (-3%), sollevando da una parte dubbi sulla sostenibilità del movimento e dall’altra la questione della scarsità dell’universo investibile per i Pir. Sul tema delle valutazioni Gianluca Parenti, partner di Intermonte Sim, fa notare che «le small e mid cap italiane sono ancora relativamente sottovalutate rispetto alle concorrenti di Francia, Germania e Gran Bretagna» e che la loro sovraperformance relativa al Ftse Mib non ha fatto altro che «riportare il premio su livelli del 30%, vicini alla media storica».

Il bicchiere mezzo pieno e l’imbuto dei titoli quotati
Da questo punto di vista la storia sembra somigliare a quella del bicchiere riempito a metà e indica che esiste ancora spazio potenziale per crescere. Il tema delle poche azioni su cui i Pir possono investire è invece complesso. Secondo Intermonte grazie ai nuovi strumenti sui titoli a piccola e media capitalizzazione affluirà nei prossimi 5 anni denaro equivalente al 30% del capitale flottante, con il rischio di distorsioni.

Le scelte delle imprese
«Si tratta di una stima elaborata sulla base dell’attuale numero di quotate, ma l’auspicio è che il fenomeno Pir spinga sempre più gli imprenditori verso la Borsa o convinca chi è già sul mercato a collocare ulteriore capitale», avverte tuttavia Parenti. E il nocciolo della questione rimane in fondo sempre lo stesso: il successo (e la sostenibilità nel tempo) dello strumento Pir si completerà nel momento in cui, oltre a far affluire denaro alle imprese italiane, si creerà anche un circolo virtuoso in grado di avvicinare al mercato dei capitali quelle imprese italiane sempre troppo dipendenti dal finanziamento bancario.

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