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Se il «sociale» finisce nel bonus

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Se il «sociale» finisce nel bonus

Difficile trovare report sui diritti umani da parte di istituzioni finanziarie. La parte social della sostenibilità, racchiusa nella sigla Esg (ambiente, sociale, governance), non è proprio in cima ai pensieri di strategist e gestori. Eppure la tematica è trasversale: viene fatto notare che nella «s» può entrare a pieno titolo anche la Mifid2, la direttiva europea sui mercati finanziari, almeno nella sezione a difesa dei risparmiatori/clienti. Ben vengano dunque i report come quello della canadese Bmo Global Asset Management che si occupa del rispetto dei diritti umani nell’ambito di aziende minerarie e petrolifere («Securing human rights in extractives industries»).

Attenzione alle performance
È proprio dal documento di Bmo che emerge un interessante valutazione a proposito del legame tra remunerazioni dei manager e performance nel settore human right, i diritti umani appunto. Dopo una serie di premesse, geografiche innanzitutto (aziende dei Paesi sviluppati più avanti in queste pratiche rispetto agli emerging market), i gestori canadesi evidenziano la necessità di una

maggiore trasparenza e, in particolare, di un legame più forte fra i risultati in ambito diritti umani e gli stipendi dei manager. «Sì, è vero. È molto importante il collegamento fra risultati nel settore diritti umani, e più in generale nel settore social, e le retribuzioni del top management – sottolinea Lorenzo Solimene, senior manager di Kpmg ed esperto di sostenibilità –. È proprio uno dei temi maggiormente discussi». Solimene aggiunge: «Molti passi avanti sono stati realizzati in tale ambito e l’attenzione su questi argomenti sta crescendo. A differenza della questione ambientale, i temi sociali sono molto più variegati e vanno declinati in base ai settori di cui si sta parlando. Per esempio, nella moda è importante il monitoraggio della filiera produttiva». In finanza invece, rileva l’esperto, è da tenere d’occhio tutta la normativa relativa alla difesa del risparmiatore/cliente.

Tutto è social
A questo punto verrebbe da dire che tutto è social. «In effetti, nel mondo della sostenibilità, il termine social andrebbe maggiormente definito – spiega Walter Bottoni, consulente nel settore della responsabilità sociale –. Introdurrei altre due consonanti: w e p. La prima sta per work, in cui ricade la gestione delle risorse umane. P sta per public e si riferisce all’etica del business, alle relazioni con le comunità locali e ai diritti umani».

Non è solo reputazione
Quando si affrontano i temi legati agli human right, si pensa subito alla

questione reputazionale. Che è sicuramente la prima e più immediata conseguenza per un azienda (e in particolare per il suo marchio) che non rispetta in pieno i diritti umani. Ci sono però anche i rischi operativi; come viene segnalato nel report di Bmo, ci sono infatti i potenziali conflitti sociali che possono comportare un blocco della produzione e delle vendite. Senza considerare che il management viene assorbito da tali problematiche con ovvi riflessi sul business. «Ci sono rischi reputazionali e anche rischi operativi – evidenzia Solimene –. Questi argomenti sono all’ordine del giorno nel dibattito europeo. Nel recente documento Ue sulla sostenibilità, l’Interim report di luglio scorso, viene messo in risalto per esempio il dovere fiduciario dei gestori dei fondi. Che devono valutare l’impatto sul lungo termine delle decisioni delle aziende in portafoglio. Impatto che può essere legato appunto a scelte non sostenibili da parte del management».

Dopo anni di dibattiti e convegni anche Bruxelles sta dunque uscendo dalla teoria per entrare di più nella «pratica». Il sociale diventa sempre più importante per gli investimenti viste le ricadute che potrebbero avere sui risultati dei prodotti finanziari e sulle remunerazioni dei manager.

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