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La crociata cinese antismog infiamma i prezzi di metalli strategici

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La crociata cinese antismog infiamma i prezzi di metalli strategici

Epa
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La guerra all’inquinamento dichiarata da Pechino inizia a manifestare i suoi effetti sul mercato dei metalli, con ripercussioni che si estendono ben al di là dei confini cinesi.

Le criticità riguardano soprattutto alcuni metalli strategici – come il tungsteno, il vanadio e il neodimio, terra rara impiegata nei supermagneti – le cui forniture (quasi tutte provenienti dalla Cina) si sono assottigliate al punto da complicare gli approvvigionamenti, spingendo i prezzi alle stelle nel giro di pochi mesi.

Anche l’offerta di piombo, di cui la Cina è il primo produttore minerario, è crollata e ad attenuare le difficoltà lungo la filiera è solo il ricorso – molto diffuso in Occidente – al riciclo delle batterie.

Quanto agli altri metalli non ferrosi, l’impatto delle misure ambientali cinesi è meno problematico. Il gigante asiatico infatti non domina le forniture, la cui origine è più diversificata, quanto piuttosto la domanda: il rame in particolare è fortemente influenzato dalle importazioni e dai consumi di Pechino.

Nel caso dell’alluminio invece, analogamente a quanto accade nel settore siderurgico, la sovraproduzione cinese (e il conseguente eccesso di esportazioni) avevano raggiunto livelli tali da consentire ampi margini di manovra nella chiusura di impianti.

Comunque sia, forse per la prima volta nella storia, la Cina su questo fronte ha iniziato a fare sul serio: in agosto, secondo dati ufficiali diffusi ieri, la sua produzione di dieci metalli non ferrosi è scesa a 4,42 milioni di tonnellate, il minimo da un anno. Per la prima volta da dicembre 2015 c’è stato un calo su base annua, del 2,2%.

Il listino del London Metal Exchange – reduce da un rally spettacolare, che aveva spinto molti non ferrosi a record pluriennali – ha reagito in modo controintuitivo, rispondendo con ribassi diffusi alle statistiche (riferite ai sei non ferrosi “classici”, più antimonio, mercurio, magnesio e titanio).

I fondi, che avevano già iniziato a liquidare le posizioni super-rialziste, hanno preso spunto da un altro dato dalla Cina: quello che ha evidenziato un’inattesa frenata della crescita della produzione industriale. Anche questo fenomeno potrebbe comunque essere legato, almeno in parte, al giro di vite ambientale. Il Governo – che ha preso di mira soprattutto, ma non solo, metallurgia e miniere – ha cominciato a luglio le ispezioni, che in molti casi hanno portato alla chiusura definitiva di impianti.

Per l’alluminio, l’unico metallo su cui ci sono già dati disaggregati, il calo di produzione in agosto è stato del 3,7% su base annua e del 2% dal mese precedente, a 2,64 milioni di tonnellate: un livello ancora vicino al record storico (2,93 milioni di tonn, raggiunti solo a giugno), ma che inizia a riflettere l’azione del Governo. Proprio in agosto a China Honggiao, il maggior produttore mondiale di alluminio, e Xinfa Group è stata ordinata la chiusura di 3,2 milioni di tonnellate di capacità «illegale».

Le fonderie di piombo sono state colpite in modo ancora più severo: secondo Antaike, società di ricerca governativa, dalla seconda metà del 2016 a oggi è stato eliminato l’80% della capacità di produzione secondaria (da rottame). Anche i concentrati scarseggiano dopo la chiusura di parecchie miniere, aggravando le difficoltà del settore al punto che le scorte di piombo si sono prosciugate: nei magazzini della Shanghai Futures Exchange sono rimaste appena 9.735 tonnellate disponibili. A maggio ce n’erano oltre 80mila.

Il settore delle terre rare, uno dei primi obiettivi della crociata ambientale di Pechino, sta intanto ricomiciando a surriscaldarsi, dopo anni di prezzi bassi seguiti all’esplosione della “bolla” del 2010-11:  neodimio e praseodimio, sempre più richiesti perché servono anche nelle auto elettriche, sono quasi raddoppiati di prezzo da inizio anno.

Il vanadio, impiegato in alcune batterie per stoccare energie rinnovabili, ci ha messo meno di due mesi a raddoppiare di valore ed è ai massimi da otto anni: in Cina, Paese che domina la produzione, c’è un boom di domanda anche per l’introduzione di normative che ne aumentano la presenza in alcune leghe di acciaio.

Infine il tungsteno – definito materiale «critico» dalla Ue e utilizzato tra l’altro nell’industria bellica – è rincarato del 60% da luglio. Anche in questo caso Pechino, fornitore quasi esclusivo, ha alzato la vigilanza ambientale.

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