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La Consob spinge i BTp «green»

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La Consob spinge i BTp «green»

  • –Marzio Bartoloni

Dalla Consob arriva una proposta per dare una «marcia in più» ai green bond, la nuova “moneta verde” che punta a orientare gli investimenti e i risparmi verso progetti di sviluppo sostenibile.

Il fenomeno di queste obbligazioni, ancora di nicchia, è in espansione anche in Italia, la principale piazza di negoziazione regolamentata (anche se l’operatività della piazza milanese è caratterizzata da transazioni sul secondario). Da qui l’invito del commissario della Consob Anna Genovese - ieri in audizione alla Camera - a valutare l’ipotesi da parte del Tesoro di emettere BTp verdi per portare i risparmi delle famiglie verso un impiego sostenibile per l’ambiente «con taglio e regime fiscale proprio dei decennali del debito pubblico e quindi a vocazione retail». L’alternativa a questa strada - prosegue Genovese - potrebbe essere altrimenti quella «dell’incentivazione degli emittenti corporate a emettere green bond idonei anche all'offerta al pubblico retail». Anche se in questo caso sarebbe opportuno che a beneficiare delle agevolazioni fiscali «fossero innanzitutto gli emittenti già inclusi nel novero dei soggetti che redigono il documento sulle informazioni non finanziarie».

I green bond sono nati fra il 2007 e il 2008 con le prime emissioni da parte di istituzioni internazionali come Bei, Banca Mondiale, Bers, Fmi. Dal 2013 si sono aggiunte imprese e banche. Questo mercato nel 2016 rappresentava solo lo 0,13% del mercato globale delle obbligazioni trattate su piattaforme regolamentate, ma è un fenomeno in forte espansione.

In particolare i green bond - ha sottolineato il commissario - «sono obbligazioni semplici, non complesse» senza correlazione con la «redditività o rischiosità del progetto finanziario» finanziato. Un aspetto, quest’ultimo, che li renderebbe adatti all’impiego del risparmio delle famiglie. Tuttavia, ha evidenziato Genovese, «non si può ipotizzare di mettere in campo la leva pubblica per incentivare la diffusione di questi prodotti, senza nel contempo ridurre al minimo i rischi di uso della denominazione “etica” solo per opportunismo commerciale e, a quel punto, anche fiscale».

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