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Sale il rischio sull’export di petrolio curdo: in gioco 600mila…

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Sale il rischio sull’export di petrolio curdo: in gioco 600mila barili al giorno

(Bloomberg)
(Bloomberg)

A pochi giorni dal referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, è sempre più alto il rischio che il petrolio di Erbil non riesca più a raggiungere i mercati internazionali. La Turchia non solo minaccia di «chiudere le valvole» dell’oleodotto che collega i giacimenti curdi al Mediterraneo, ma ha anche garantito che d’ora in avanti tratterà esclusivamente con Baghdad per ogni transazione relativa al greggio.

L’accordo, segnalato da un comunicato del premier iracheno Haider Al Abadi, rappresenta un’inversione di rotta rispetto al passato, quando la Turchia aveva agevolato le esportazioni indipendenti di Erbil, sfidando l’opposizione del Governo centrale iracheno.

Le forniture a rischio sono tutt’altro che marginali. Ogni giorno attraverso la Turchia passano infatti quasi 600mila barili di greggio curdo: volumi superiori all’intera produzione di alcuni Paesi Opec, come il Qatar o l’Ecuador.

In un territorio sotto controllo curdo, ma conteso da Baghdad, c’è il maxi-giacimento di Kirkuk, scoperto nel 1927, il primo nella storia del petrolio iracheno, che da solo produce circa 400mila bg. E si stima che nell’area – oggi più che mai instabile – ci siano ricche riserve ancora da sfruttare: 45 miliardi di barili, secondo il Governo regionale curdo (Krg).

Per adesso non si segnalano interruzioni nei flussi nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, né nelle condutture che lo collegano ai pozzi dell’Iraq settentrionale. Ma la situazione potrebbe cambiare in fretta, anche se Ankara difficilmente rinuncerà a cuor leggero alle tariffe di transito nella pipeline e ai barili curdi, che in parte consuma direttamente.

La probabilità che i turchi chiudano davvero le valvole è comunque intorno al 20% secondo Verisk Maplecroft, società di consulenza specializzata nell’analisi dei rischi: «Se l’escalation continua le forniture di petrolio potrebbero diventare una preoccupazione seria», ha dichiarato il suo analista per il Medio Oriente, Torbjorn Soltvedt, durante il Reuters Global Oil Forum. «Non è inconcepibile che la Turchia voglia sacrificare interessi commerciali e flussi di petrolio in nome di questioni politiche nazionali».

Senza dubbio per l’Iraq la posta in gioco è alta. Senza il Kurdistan, che contribuisce per oltre il 10% alle estrazioni nel Paese, Baghdad non solo subirebbe un grave danno economico, ma perderebbe anche lo status di secondo produttore dell’Opec dopo l’Arabia Saudita (a vantaggio dell’eterno rivale Iran).

Ma anche per il mercato del petrolio le sorti del greggio curdo non sono indifferenti, anche se ieri dopo un’iniziale fiammata le quotazioni del barile hanno fatto un passo indietro. Il Brent ha chiuso poco sopra 57 dollari.

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