Finanza & Mercati

Credito non bancario, 35 miliardi alle imprese

industria

Credito non bancario, 35 miliardi alle imprese

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

L’Italia post-crisi si scopre meno «bancocentrica». Un po’ per la grande gelata del credito bancario che ha costretto le aziende a cercare alternative e un po’ per la nascita di mercati nuovi come quello dei minibond o dei Pir, le aziende sono oggi un po’ meno dipendenti dal sistema bancario rispetto agli anni pre-crisi. Le fonti alternative di finanziamento sono infatti cresciute: minibond, crowdfunding, direct lending, private equity e venture capital - secondo i dati elaborati per il Sole 24 Ore dal Politecnico di Milano e dall’Aifi - hanno fornito negli ultimi 5 anni un totale di 35 miliardi di capitale e credito alternativo alle aziende italiane, di cui 5,7 miliardi alle sole Pmi. E questi dati escludono i bond emessi sui mercati internazionali dai grossi gruppi. Così, secondo Bankitalia, oggi il debito obbligazionario rappresenta circa il 12% del debito totale delle aziende, mentre a fine 2007 la quota era al 6%. Un passo in avanti verso il mercato, un passo indietro rispetto alla banca.

Nulla però che compensi il calo del credito “tradizionale”, che da inizio 2012 è diminuito - secondo Bankitalia - di 108 miliardi per le sole imprese. Nulla che possa paragonare l’Italia ai mercati evoluti. Questo è ovvio. Ma un passo avanti, seppur minimo, c’è stato. Per vari motivi. Il primo è di sopravvivenza: la grande gelata del credito bancario negli ultimi anni ha indotto molte imprese a cercare fondi altrove. Il secondo è normativo: sono nati strumenti nuovi come i Pir. E il terzo è legato al miglioramento della struttura finanziaria delle imprese (grazie anche al fatto che quelle deboli sono uscite dal mercato): oggi - certifica Bankitalia - la leva finanziaria delle aziende italiane si è ridotta di circa 8 punti percentuali rispetto al 2011 e la posizione finanziaria è migliorata. Questo le rende più “attraenti” per gli investitori.

I numeri del mercato

La spinta più recente arriva dall’introduzione dei Pir nel 2017: strumenti che incentivano fiscalmente le famiglie a investire parte del risparmio in titoli di Pmi italiane. I Pir hanno infatti portato sul mercato azionario italiano delle mid-small cap 930 milioni in sei mesi e nel loro complesso 2,65 miliardi, secondo un report di Equita. Anche il mercato dei minibond è cresciuto nell’anno dei Pir: secondo i dati dell’Osservatorio Minibond del Politecnico di Milano, guidato da Giancarlo Giudici, nel primo semestre del 2017 le imprese italiane hanno raccolto 1.548 milioni attraverso emissioni di minibond.

«Siamo in una fase storica in cui le aziende devono trovare fonti alternative e questo le spinge ad andare sul mercato, iniziando magari con l’obbligazionario. Questo permette loro di iniziare un percorso, che potrebbe poi portarle in Borsa» osserva Massimo Trabattoni, responsabile azionario Italia di Kairos. Quando si parla di capitale, un player che gioca un ruolo non secondario è il private equity, che in Italia nell’ultimo decennio ha aumentato gli investimenti annui da 4,1 a 8,1 miliardi, con un controvalore investito nel decennio superiore ai 41 miliardi.

Ma anche altre forme di finanziamento si stanno sviluppando, pur restando fenomeni di nicchia. Per esempio il mercato del P2P lending: secondo la startup londinese AltFi Data, i nuovi prestiti hanno registrato una crescita del 30% rispetto al primo semestre del 2016, attestandosi a 588 milioni. Nei primi sei mesi dell’anno i volumi erogati dal campione di 8 piattaforme nostrane monitorate da P2P Lending Italia hanno superato i 66 milioni, l’11% del totale Ue. Cresce anche il crowdfunding: in Italia siamo a circa 20 milioni di raccolta negli ultimi 3 anni, secondo Osservatori Entrepreneurship & Finance del Politecnico di Milano.

I freni all’espansione

Il mercato insomma si sviluppa. Ma i numeri sono ancora piccoli. Troppo piccoli. Per tre motivi. Uno: mancano gli investitori. Due: è carente la cultura finanziaria. Tre: molte imprese in Italia sono troppo piccole per il mercato. «I capitali messi a disposizione dagli investitori istituzionali italiani sono troppo pochi», lamenta Giancarlo Giudici, professore del Politecnico di Milano. Secondo i dati 2016 della Covip, per fare un solo esempio, i fondi pensione italiani hanno investito in azioni e obbligazioni emesse da aziende italiane solo il 3% del loro patrimonio: si tratta di 2,3 miliardi in bond e 1,1 in azioni. Noccioline. Nel mondo, invece, sono proprio questi soggetti, insieme alle assicurazioni, a sostenere il mercato nazionale.

«In Italia mancano soggetti che fungano da “cornerstone investors”, che mettano cioè liquidità importante nei fondi specializzati in credito alternativo tale da attirare altri investitori anche esteri» osserva Federico Pastura, di Zephir Capital. All’estero molti fondi dedicati alle Pmi e al credito alternativo sono decollati così: con un grosso investitore che ha attirato gli altri. In Italia è raro. L’altro problema è culturale: molte imprese italiane fanno fatica ad aprirsi al mercato. «Questo problema si sta però ridimensionando - osserva Anna Gervasoni, direttore generale Aifi -. Il cambio generazionale sta mutando l’atteggiamento». La strada del mercato è imboccata. Ma il cammino, per “svezzare” davvero le imprese dalle banche, sarà lungo.

© Riproduzione riservata