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Le «oil sands» del Canada più lontane dall’Europa

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Le «oil sands» del Canada più lontane dall’Europa

Veduta aerea della zona.(Bloomberg)
Veduta aerea della zona.(Bloomberg)

Il Canada delle oil sands, il fornitore di petrolio più debole in un mondo votato alla decarbonizzazione, comincia a cedere di fronte alla prospettiva – ancora lontana ma non più irreale – di un picco della domanda di combustibili fossili.

Il segnale più forte del cambiamento è probabilmente arrivato ieri, con l’annuncio che Transcanada rinuncerà a costruire l’Energy East, un oleodotto da 1,1 milioni di barili al giorno che sarebbe stato cruciale per liberare le esportazioni di greggio di Ottawa, in quanto avrebbe collegato direttamente, con un tracciato di oltre 4.500 chilometri, le sabbie bituminose dell’Alberta con un terminal marittimo nel New Brunswick, affacciato sull’Oceano Atlantico.

Il progetto da 12 miliardi di dollari – avversato per anni dagli ambientalisti e rallentato da un estenuante iter autorizzativo – è stato cancellato in seguito a «un’attenta revisione delle cambiate circostanze». Transcanada, che ha anticipato una svalutazione contabile di un miliardo nel quarto trimestre, ha depennato dai piani anche il gasdotto Eastern Mainline.

La Canadian Energy Pipeline Association (Cepa) ha puntato il dito contro le lungaggini burocratiche e «il processo decisionale poco chiaro» da parte del Governo guidato da Justin Trudeau, un liberale dall’anima “verde”, che ha spinto Ottawa ad adottare un ambizioso piano per ridurre le emissioni di Co2. La cancellazione di Energy East, aggiunge la Cepa, «avrà un impatto significativo sulla nostra capacità di accesso ai mercati del petrolio e del gas».

Il Canada in effetti è fortemente penalizzato dall’insufficienza della sua rete di oleodotti. Benché sia uno dei maggiori produttori di greggio al mondo, con 3,8 mbg, è costretto a importare (quasi interamente dagli Usa) per rifornire le raffinerie sulla costa orientale. Anche le sue esportazioni devono passare dagli Usa e il greggio locale è sottovalutato proprio perché è difficile portarlo fuori dal Paese.

Rispetto a qualche anno fa la prospettiva di poter conquistare i mercati internazionali è tuttavia diventata meno credibile. LeMajor hanno lasciato le oil sands, troppo costose in rapporto agli attuali prezzi del barile. Solo gli investimenti già avviati vanno avanti (ed è per questo che l’output canadese, per inerzia, crescerà ancora per qualche anno). Altri progetti, come quello di Petronas per un impianto di gas liquefatto, sono stati cancellati.

La stessa Transcanada potrebbe presto staccare la spina anche a un altro progetto, concepito nel 2008, quando il petrolio puntava dritto verso 150 dollari al barile: la Keystone XL, maxi-oleodotto verso gli Usa, affondato dal veto di Obama nel 2005 e “resuscitato” da Donald Trump lo scorso marzo.

L’opera attende ancora l’autorizzazione del Nebraska. Ma il suo problema principale potrebbe essere la mancanza di clienti.

Transcanada deciderà tra novembre e dicembre se procedere con l’investimento, in base ai risultati dell’open season con cui sta cercando (a quanto pare con difficoltà) di vendere capacità di trasporto per 830mila bg.

Il processo doveva chiudersi a settembre, invece è stato prorogato fino al 26 ottobre, ufficialmente per via dell’uragano Harvey. Ma il ceo di Transcanada, Russ Girling, aveva ammesso in maggio che le trattative con gli shipper si sono fatte «complicate».

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