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Tim, De Puyfontaine «apre» sulla rete

il riassetto delle tlc

Tim, De Puyfontaine «apre» sulla rete

Arnaud de Puyfontaine  (Imagoeconomica)
Arnaud de Puyfontaine (Imagoeconomica)

CAPRI - Che differenza c’è tra societarizzazione e scorporo societario? È già difficile cogliere la sfumatura linguistica in italiano tra due termini che tecnicamente significano la stessa cosa: trasferimento di un asset in una società ad hoc. Ma se si cala la questione, già di per sè delicata, nel contesto di un gruppodi tlc, Telecom Italia, che ha un presidente francese, Arnaud de Puyfontaine, un neo amministratore delegato israeliano fattosi le ossa in Brasile, Amos Genish, e che è sottoposto all’attività di direzione e coordinamento di una media company, Vivendi, che ha il quartiere generale a Parigi, è facilmente comprensibile come l’incidente da Babele possa essere sempre in agguato. Ed è probabilmente quello che è successo ieri quando De Puyfontaine - intervenuto al Digital Summit organizzato da EY a Capri - ha risposto in inglese ai cronisti che lo hanno interpellato sul tema della rete, mentre è pendente un processo che per la prima volta chiama in causa i poteri speciali del Governo in materia di asset strategici.

Spin-off della rete? «Nessun pregiudizio», ha risposto De Puyfontaine, dichiarandosi «disponibile a incontrare Governo e Autorità regolatorie» per spiegare quale è la missione in Italia di Vivendi, di cui il presidente Telecom è ceo. Non è escluso che a breve possa essere chiesto un incontro direttamente col premier Paolo Gentiloni.

Da lunedì a mercoledì si è tenuta però a Roma la convention del gruppo Vivendi, presente il gran capo Vincent Bolloré col figlio Yannick e una ristretta rappresentanza del top management Telecom, tra cui, ovviamente, Genish e il vice-presidente Giuseppe Recchi. E il messaggio che è passato sulla rete è la posizione di Genish e cioè che la rete è strategica per il business dell’incumbent e che non c’è alcuna volontà di privarsene. Così, la precisazione della società alle parole di De Puyfontaine, a scanso di equivoci, è che la separazione dalla rete non è nei programmi. Nel senso, appunto, che l’asset non è in vendita.

Diverso però è il discorso della societarizzazione. Anche Sparkle, la rete di cavi internazionali che è d’interesse strategico per la sicurezza nazionale, non è una divisione, bensì una Spa interamente controllata da Telecom. La rete fissa nazionale, che oggi non è separata, potrebbe analogamente essere trasferita in una società sempre controllata da Telecom. Questo darebbe trasparenza contabile all’attività concernente un’infrastruttura che è comunque giudicata strategica per il Paese, gettando così le basi per dare vita, in sostanza, a un modello più avanzato di quello adottato da British Telecom su Open Reach con la separazione “funzionale” della rete d’accesso, mentre anche nel Regno Unito si parla di spingersi oltre con la formula della separazione societaria.

Cinque anni fa il progetto di scorporo della rete Telecom, portato avanti dall’allora presidente Franco Bernabè (oggi rientrato come consigliere indipendente nel board), si era arenato sul mancato riconoscimento di un “dividendo regolatorio” e cioè sull’alleggerimento degli obblighi e dei vincoli che gravano sull’incumbent a fronte di uno sforzo “volontario” a massimizzare le garanzie di neutralità dell’infrastruttura nei confronti di tutti gli utilizzatori. Oggi però questi argomenti stanno facendo breccia in sede europea dove si sta discutendo della riforma del codice delle comunicazioni elettroniche. Il momento, cioè, potrebbe essere più favorevole.

Il tutto si inquadra in un contesto nel quale il Governo ha battuto un colpo sul terreno di poteri speciali. Vivendi, seppur riluttante, alla fine - il 15 settembre - ha notificato l’assunzione della partecipazione “rilevante” in Telecom ai sensi dell’articolo 1 delle legge 56/2012 che disciplina appunto il golden power, e che nello specifico tocca gli aspetti della sicurezza. A quanto risulta a Il Sole-24Ore, il termine per la chiusura di questo procedimento, che riguarda sostanzialmente Sparkle, è il 16 ottobre. In questo caso si va verso una soluzione di presidi di governance su Sparkle. Ma, in parallelo, è aperta anche un’altra questione perchè, sempre a quanto risulta, il comitato governativo vuole una notifica anche da Telecom, questa volta ai sensi dell’articolo 2 della stessa legge, che riguarda più in generale asset d’interesse per il Paese. Notifica che al momento Telecom non sembra intenzionata a inoltrare, non ritenendola dovuta. I termini a riguardo di questo secondo procedimento risultano “interrotti”, ma questo non significa che in assenza di un atto formale da parte della società si inibisca l’azione della controparte pubblica, col rischio che il procedimento sfoci non solo in una sanzione più o meno pesante, ma, all’estremo, nella nullità di atti ex lege. Secondo fonti informate, l’orientamento comunque è di andare nella direzione della societarizzazione della rete (si veda anche altro articolo in pagina). In questo caso la struttura “tecnica” da attivare sarebbe il comitato infrastrutture e reti che, all’interno dell’Agcom, è deputato a occuparsi non di regolamentazione, bensì di “sicurezza e integrità” delle reti.

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