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Brasile, Suriname e gli altri. Ecco chi accompagna l’Italia nella…

lo studio fitch

Brasile, Suriname e gli altri. Ecco chi accompagna l’Italia nella lunga notte del rating

Bahrain, Brasile, Suriname, El Salvador, San Marino e Tunisia: Paesi molto differenti fra loro, che pure hanno in comune qualcosa con l’Italia. Sono infatti insieme al Mozambico (finito addirittura in default) e al Portogallo (in odore di promozione) gli otto emittenti sovrani che come il nostro Tesoro hanno subito un declassamento del rating di almeno tre giudizi (notch) da parte di Fitch durante la crisi del debito e che ancora non sono riusciti a recuperare almeno uno dei gradini perduti, anzi hanno ricevuto una nuova bocciatura da parte dell’agenzia nel corso degli ultimi due anni.

Il dato - non certo lusinghiero per il nostro debito, che non riceve una promozione da parte di una delle tre grandi agenzie di rating ormai dal lontano 2002 e che venerdì scorso si è addirittura visto confermare da Moody’s l’outlook negativo - che emerge da un’analisi pubblicata dalla stessa Fitch (l’ultima in ordine di tempo a declassarci da «Bbb+» a «Bbb» lo scorso aprile) sull’esperienza della crisi del debito e sulle successive storie di ripresa, che però ancora purtroppo non ci riguardano. Dei 37 Stati che hanno subito almeno un triplo downgrade nel giro di un triennio fra il 1997 e il 2017 – sottolinea l’agenzia – 11 sono poi finiti in bancarotta (fra questi Argentina, Giamaica, Ecuador, Congo e Libia), gli altri si dividono fra chi ha chiaramente invertito la tendenza e chi resta ancora a galla, anche se a fatica.

I RATING PRIMA E DOPO LA CRISI
La dinamica dei giudizi di Fitch sui rating sovrani dei Paesi che hanno subito almeno 3 declassamenti in un triennio negli ultimi 20 anni (Fonte: Fitch)

La nota incoraggiante, sottolinea Fitch, è che chi è stato colpito dalla scure dell’agenzia prima del 2008 ha recuperato almeno uno dei livelli persi. Il record, da questo punto di vista, è della Corea del Sud, capace di risalire ben 11 dei 12 gradini persi dalla crisi del 1997, seguita dall’Uruguay (9 su 10). Ancora meglio, sotto certi aspetti, ha fatto la Russia, che durante la fase discendente iniziata nel 1998 ha perso 6 posizioni, ma ne ha successivamente recuperate addirittura 9 grazie anche al ciclo rialzista dei prezzi delle materie prime (almeno fino a che questo è durato).

Per qualcuno si è purtroppo trattato di un falso segnale: Venezuela, Grecia, Giamaica e Congo hanno avuto una «ricaduta» dopo una promozione e le ultime due sono nuovamente andate in default. A parte questi casi negativi, l’esperienza insegna che una volta toccato il fondo la ripresa è rapida e durevole: in un decennio sono stati recuperati in media 5,2 dei 5,9 notch perduti durante il ciclo ribassista e 10 emittenti hanno raggiunto almeno nuovamente i livelli pre-crisi.

“«Un debito pubblico elevato, un considerevole livello di crediti problematici nel sistema bancario oppure un periodo durevole di instabilità politica frenano le capacità di ripresa del rating»”

FitchRatings 

Il problema è che questa sorte non è appunto ancora toccata a tutti i Paesi, e il nostro (che verrà analizzato di nuovo da Fitch il 20 ottobre prossimo) fa parte appunto della pattuglia dei ritardatari. L’agenzia avverte che l’analisi dettagliata delle ragioni che spiegano la rapidità di ripresa (o il mancato miglioramento) del rating va oltre lo scopo del report pubblicato. Fitch però non si esime dall’includere fra gli elementi che frenano le capacità di ripresa il fatto che la crisi abbia lasciato come eredità «un debito pubblico elevato, un considerevole livello di crediti problematici nel sistema bancario oppure un periodo durevole di instabilità politica». Praticamente un vestito cucito addosso al nostro Paese.

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